Beato Giacomo Filippo Bertoni

30 maggio

 

"Vita" del beato Giacomo Filippo Bertoni di Niccolò Borghese

 

Profilo biografico-spirituale e culto del B. G. F. Bertoni da Faenza.
di Aristide M. Serra
 

 

 

 

Nacque nel 1454 a Celle di Monte Chiaro, in diocesi di Faenza. All'età di due anni fu colpito da epilessia; allora il padre fece voto di consacrarlo al Signore se fosse guarito. Ottenuta la grazia, a nove anni lo offrì a Dio nell'Ordine dei Servi. Giacomo Filippo si distinse per lo spirito di preghiera e di penitenza e per il suo amore alla Scrittura e all'opere dei Padre. Ordinato sacerdote, nella celebrazione dei divini misteri dimostrava la sua intensa spiritualità e il suo amore per la liturgia. Morì nel 1483. Il suo corpo si conserva nella chiesa cattedrale di Faenza. Clemente XII ne confermò il culto nel 1761.

 

Orazione

O Dio, che ahi arricchito il beato Giacomo Filippo di sacra dottrina, e gli hai donato uno spirito fervente nel celebrare i divini misteri, concedi anche a noi di anelare a te, unica fonte di sapienza e carità. Per Cristo nostro Signore.

 

Dalla "Vita" del beato Giacomo Filippo scritta da Niccolò Borghese (Nn. 1-6. 8-9. 13; Monumenta O.S.M., IV, pp. 64-66)

 

Con ogni cura si applicava agli insegnamenti evangelici e alla sacra scrittura.

      Giacomo Filippo nacque a Faenza da genitori virtuosi e di modesta condizione. Il padre fu Miserino dalla Cella, la madre Domenica. Prima di abbracciare lo stato religioso, si chiamava Andrea. Colpito da epilessia all'età di due anni, il padre ne implorò la guarigione facendo voto di offrirlo al Signore come frate, se fosse guarito. Andrea già da bambino frequentava assiduamente le chiese; non si trastullava con sollazzi e giochi, propri dei fanciulli. Di carattere fu oltremodo timido e taciturno, bramoso della solitudine.
  All'età di circa nove anni, il padre — per sciogliere il voto — lo aggregò all'Ordine dei Servi della beata Vergine Maria. Rinato nello spirito e nel nome, fu chiamato fra Giacomo Filippo. Giovinetto appena, si distingueva per obbedienza e osservanza non comune della Regola. Adulto, spesso si esercitava in digiuni e veglie. Con ogni cura, poi, si applicava agli insegnamenti evangelici e alla sacra Scrittura. E sembrava trarre nutrimento dalla lettura assidua delle vite dei Padri e dagli esempi di castità, obbedienza, umiltà dei Santi. Da giovane si impegnò talmente negli studi letterari, da riuscire a comprendere con spedita esattezza le opere di autori cristiani e di quelli più noti fra i latini. Conosceva perfettamente le cerimonie rituali della Chiesa e del suo Ordine, e le rubriche dei sacri riti della liturgia; e le eseguiva accuratamente.

  Ricoprì alcuni incarichi con piena soddisfazione dei confratelli. Era infatti di carattere affabile, mansueto e servizievole. Mai fu visto imbronciarsi o adirarsi. Con animo molto sereno sopportava le ingiurie, qualora ne ricevesse; lui non offendeva alcuno. Mai dalle sue labbra uscirono parole non solo sconvenienti, ma neppure inutili; se gli accadeva di udire in conversazione parole disdicevoli, correggeva l'importuno scurandosi subito il volto, e dopo breve ammonizione si allontanava.
  Promosso al sacerdozio, nessuno lo superava nel celebrare la messa — con lacrime copiose — per devozione e venerazione; nessuno contemplava più profondamente — quando teneva il corpo di Cristo tra le mani — il mistero della croce. Fu nemico dichiarato dell'ozio, che chiamava ricettacolo di ogni vizio. Era sempre presente al canto e alla preghiera corale della comunità; il resto del tempo lo trascorreva in camera occupato nella preghiera e nella lettura; ricreava talora la mente tessendo o intarsiando: sempre in qualche cosa operoso.

  Passeggiava per lo più da solo e meditava nei corridoi: procedeva con atteggiamento dimesso. Ardentemente desiderava leggere sia i libri sacri sia le opere del beato Girolamo — e con assiduità particolare il libretto sulla morte di Girolamo. Ormai meditava soltanto pensieri celesti e si saziava più con il cibo delle cose spirituali che con quello terreno: tanto che mangiava quasi una sola volta al giorno, accontentandosi di poco cibo scadente; sollecitato però dal superiore, consumava le vivande preparate per la comunità. Il venerdì, poi, in memoria della passione del Signore — indossato il cilicio — si nutriva soltanto di erbe.

  Nient'altro rifuggiva quanto la lode; ai nostri giorni è apparso straordinario che egli cercasse in ogni modo di celare opere buone e singolarissime virtù. Benché fosse stimato da tutti buono e retto, fu tuttavia apprezzato assai più da Dio che dagli uomini. Sull'esempio del Salvatore, volle infatti essere schernito e disprezzato dagli uomini: in cuor suo nulla più ardentemente desiderava che di piacere unicamente a Dio, suo padre e creatore, e di seguire il cammino del nostro Redentore. Pertanto ogni sua industria era rivolta alle ricchezze incorruttibili e tanto aveva fissato la mente nelle cose celesti da bramare soltanto le gioie della vita immortale.

  Avvicinandosi agli ultimi giorni della vita, cadde infermo: manifestando il suo stato più con l'aspetto che a parole. A chi gli chiedeva come stesse,  «bene —rispondeva — perché così vuole il Signore». Ne impazienza ne rammarico si ritrovò in lui nel tollerare e la morte e ogni altra sofferenza. Infermo, non giaceva a letto ma si aggirava qua e là. Il giorno prima di morire fu presente assieme agli altri confratelli in chiesa per cantare il mattutino; il giorno avanti aveva celebrato anche la messa.
  La sera precedente al suo transito visitò i confratelli ad uno ad uno, chiedendo umilmente il loro perdono e il ricordo della sua anima nelle preghiere a Dio — nel giorno seguente — perché diceva di prevedere prossima la fine. Il giorno appresso — l'ultimo —pensava di poter ancora celebrare la messa, ma gli fu impedito per la grave malattia da fra Clemente — che sempre aveva stimato come un padre. Adagiatesi un pochino sul letto, leggeva l'abituale ufficio divino e spesso baciava un crocifisso che teneva vicino. Aveva già riposto il libro che teneva in mano quando fu visto cadere in deliquio e, assalito da un tremore, reclinare il capo. Il suo confratello Simone, che camminava per la stanza, ciò vedendo subito accorse; e non aveva ancora terminato le preci per la raccomandazione dell'anima che l'uomo santo — a ventinove anni — già aveva fatto ritorno alla patria celestre. Era il 25 maggio, giorno di domenica e si celebrava la festa della ss. Trinità.

Di statura superiore alla media, era così macilento che la pelle aderiva alle ossa; il volto oblungo e sottile, il naso piuttosto lungo, gli occhi infossati, il collo eretto, le dita lunghe, accentuato il pallore.
Dopo che fu spirato, il suo cadavere — secondo l'usanza — venne lavato dai confratelli; e da scabbioso e piagato che era divenuto per la malattia e per la vita austera, fu trovato completamente sano. Di ciò si meravigliarono molto i confratelli. Rivestito poi dell'abito religioso, lo trasferirono in luogo apposito e pregarono secondo la regola. Frattanto, divulgatasi la notizia della morte di questo frate, accorse il popolo di Faenza.

Ognuno può imitare la vita di quest'uomo, che — strappati dal suo cuore e affanni e malizia — meritò la gloria interminabile del paradiso per il nascondimento delle sue azioni devote e sante; per le quali fu in terra decorato del grande splendore dei miracoli.

Il nostro Redentore guarda compiaciuto verginità, umiltà, pazienza, carità: segreti di un cuore fervoroso, nei quali si distinse grandemente il beato Giacomo Filippo — del quale in maniera disadorna abbiamo narrato la vita. Rendiamo grazie a Dio.