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Profilo
biografico-spirituale e culto del
B. Giacomo Filippo Bertoni da Faenza (1454-1483) Aristide M. Serra |
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Indice
i miracoli, sigillo di Dio |
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Domenica
25 maggio 1483, festa della ss. Trinità. In quel giorno, nel convento dei
Servi di Maria a Faenza, verso le tre del pomeriggio, moriva un giovane frate
di appena 29 anni. Si chiamava fra Giacomo Filippo Bertoni. Attesta
di lui il suo primo biografo, Nicolò Borghese, il quale (lo diremo tra
breve) scriveva neanche a distanza di un anno: « Benché fosse stimato da
tutti buono e retto, fu tuttavia apprezzato assai più da Dio che dagli uomini
» (cf p. 84 qui appresso). E
sembra che le cose stessero davvero così. Da vivo, il nome di quel
fraticello appare soltanto nel registro conventuale di amministrazione e in
qualche atto notarile. Sempre col linguaggio scarno della cifra. Dunque, si
direbbe, un frate « feriale », uno dei tanti «soliti ignoti» che affollano
la scena di questo mondo. Era forse
diverso Gesù, agli occhi della gente, nella casa di Nazaret? E chi parlava di Maria, sua madre, colei che
tutte le generazioni avrebbero acclamato « beata »? i miracoli, sigillo di Dio Ma
appena fra Giacomo Filippo scivolò via dalla storia, appunto in quel 25
maggio 1483, Dio lo pose sul candelabro della sua Chiesa. Infatti una pioggia
scrosciante di miracoli, ottenuti a sua intercessione, si riversò sopra
Faenza e altrove. A partire dal giorno stesso della sua morte. Comprendo.
La tentazione sarebbe quella di liquidare un'affermazione del genere con un
risolino di compiaciuta ironia: uno dei tanti luoghi comuni dell'agiografia
medievale! Ma noi, oggi... Oggi,
che? Bisognerà intenderci. Parliamo da credenti? Dovremmo, allora,
rimeditare la Risurrezione di Cristo, che rimane il più sconvolgente dei miracoli
operati dallo Spirito di Dio. Gesù risorto ha poi comunicato l'energia del
suo Spirito alla Chiesa. E siccome il Divino Paraclito,
secondo la promessa di Gesù, rimane con noi per sempre (cf
Giovanni 14,15), ne deriva che la possibilità del miracolo è
continuamente aperta. Variano le manifestazioni, secondo le necessità dei
tempi (profezie, guarigioni, risurrezioni di morti, apparizioni, stimmate
...), ma non si estingue la Sorgente da cui emanano. Una fede matura non ha
niente a che spartire con i creduloni, sempre a caccia del sensazionale; e
neanche con lo spirito gretto di coloro che danno l'ostracismo teorico e
pratico al soprannaturale. A
questo recupero di equilibrio ci ha invitati il Concilio (Lumen Gentium, 12), là dove dichiara che i carismi effusi
dallo Spirito Santo sul popolo di Dio sono « ... straordinari o anche
più semplici e più comuni ». E soggiunge avvertendo: « I doni straordinari
però non si devono chiedere imprudentemente, né con presunzione si devono da
essi sperare i frutti dei lavori apostolici; ma il giudizio sulla loro
genuinità e ordinato uso appartiene all'Autorità ecclesiastica, alla quale
spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e
ritenere ciò che è buono (cfr. Ts. 5,12 e 19-21) ». Vogliamo
il rigore della critica? Benissimo! Allora, mano ai documenti. E stavolta,
nel caso del nostro beato, sono davvero tanti e di variopinta estrazione.
Tutti convergono nell’affermare che molti prodigi avvennero appena fra
Giacomo Filippo chiuse gli occhi a questa vita. Il
Borghese che (come diremo appresso) scrive su relazione di testimoni oculari,
dà la seguente informazione. Il corpo del beato, a causa della malattia e
del rigore ascetico, era divenuto scabbioso e piagato. Ma quando i
confratelli, secondo l'usanza, lo lavarono dopo il decesso, fu trovato mondo
con meraviglia di tutti. Rivestitolo poi dell'abito religioso, lo
trasferiscono in luogo apposito, e pregano. Appresa la morte del frate, i
faentini accorrono, e la prima ad essere beneficata dal defunto è una certa
Ginevra, che da tre anni soffriva al ginocchio destro. Presa la mano del
beato, si sente guarita come l'ha portata a contatto con la parte dolorante.
Poi è Paolo Gavina, di Faenza, ad accorrere presso la salma, reggendo sulle
stampelle le membra rattrappite. Non solo ottiene la guarigione, ma si pone
addirittura a servizio degli altri ammalati sopraggiunti. Successivamente
il cadavere è trasportato in coro, dov'era preparata la sepoltura. E mentre è
pronunciata l'orazione funebre e stanno per avere inizio le esequie, il
popolo, accorso in gran massa da ogni parte, protesta che il beato non
dev'essere sepolto. Nel frattempo alcuni dei presenti sono risanati,
cosicché tutti convengono di lasciarlo sul feretro. Intervenne allora il
Signore della città, Galeotto Manfredi (1440-1488), il quale, messo al
corrente dei prodigi, si era recato al convento il giorno stesso in cui era
spirato il frate. Accertatosi dei miracoli, decretò di prestare a lui solenni
onoranze. Rimarremmo tuttavia dubbiosi su questa sequenza di miracoli, se non
ricevesse conferma dai documenti d'archivio. L'attenzione prioritaria, in
questo campo, spetta al registro di amministrazione conventuale degli anni
1475-1484, conservato presso l'Archivio di Faenza (sezione Archivi delle Congregazioni Religiose: Padri
Serviti, xxiv, n. 208). In data 28 maggio è annotato che fra Matteo si
reca a Cesena e a Rimini per invitare i frati a « ... fare honore al beato Jacomo Philipo » (f. 119 uscita; si osservi il titolo di « beato
» a soli tre giorni dalla morte). L'apoteosi
decretata da Galeotto Manfredi dovette svolgersi quasi certamente il 1°
giugno. Difatti il 31 maggio i domenicani del convento di s. Andrea, riuniti
in capitolo, si rifiutarono concordemente di prendere parte ad una
processione e di cantare la messa solenne nella chiesa dei Servi, per la
morte di un certo frate che — si diceva — operava miracoli. Trattandosi di
cosa apertamente contraria al diritto ecclesiastico, essi si dichiaravano
risoluti a perseverare nel loro proposito, a meno che non fosse pervenuta una
concessione esplicita da parte del Papa. E ciò, aggiungevano, malgrado
prevedessero di incorrere nello sfavore di Galeotto e nel biasimo del
popolo. Sempre
dal predetto registro di entrata-uscita, si rileva un movimento insolito in
quella domenica del 1° giugno. Il noto pittore faentino Leonardo di Zanino
Scaletti (che era in rapporto di lavoro coi Servi) è retribuito «... per la
dipintura del beato Jacomo Philipo,
cioè quella che è sopra all'altare» (f. 119v). E' poi trascritto
l'importo di offerte tratte «... dal banco ... ovvero casetta ... del Beato Jacomo » (f. 59 entrata). Fu esposta in venerazione anche la sua cappa (f. 12 lv uscita),
forse qualche giorno più tardi. Il procuratore del convento, fra Zanello da
Faenza, fa larghe provviste di cibo «... per fare honore
a frati che veneno a vedere el
beato Jacomo Philipo e
per farzo honore » (f.
119v). La
tumulazione del beato nella cappella Manfredi, dedicata a s. Giovanni
Evangelista, è probabile avvenisse in quei giorni: ad essa deve forse
riferirsi il carico di pietre portato in convento il 28 maggio. La domenica
15 giugno arriva una processione da Castrocaro (stazione climatica situata
ali km. a sud di Forlì). Per il 25, trigesimo della morte, dalla ss. Annunziata
di Firenze era previsto l'arrivo dei cantori guidati dal priore m° Antonio Alabanti. A Ronta, nel Mugello, m° Antonio cadde dalla
cavalcatura, riportando conseguenze che gli costarono cure dolorose. Dovette
sostare lì fino al 30, e fece poi ritorno alla ss. Annunziata accompagnato
da m° Girolamo, fra Clemente Lusi e altri frati venuti in aiuto dal convento
di Faenza. In luglio sono inviati a Roma, al priore generale, i miracoli del
beato, più una « figura » del medesimo (f. 123v), ancor oggi
purtroppo ignota. Il
24 agosto seguente si verificò un episodio culminante del culto vivissimo
reso al beato. Miserino Bertoni, suo papà, si rivolse agli Anziani del
Consiglio comunale di Faenza, per chiedere l'esenzione perpetua da tutti i gravami
e pesi fiscali, sia reali che personali, a beneficio suo e dei suoi futuri
discendenti maschi. Portava come ragione il fatto che era gravato da numerosa
famiglia, e di trovarsi in strettezze economiche; lo preoccupavano, in
particolare, tre figlie nubili per maritare le quali non disponeva di
sufficienti risorse. Interponeva inoltre il motivo di essere egli il babbo
del b. Giacomo Filippo. Per onorare dunque la santità di lui e impetrare la
sua intercessione presso Dio e la gloriosissima vergine Maria, Miserino
supplicava il Consiglio di voler concedere il suddetto favore, tanto più che
Galeotto Manfredi l'aveva già ratificato con un suo rescritto. In
seno al Consiglio, il priore degli Anziani Taddeo Viarana,
pur riconoscendo le difficoltà di acconsentire ad una domanda del genere,
esortò tuttavia i consiglieri ad approvarla; e questo (diceva egli facendo
eco alle parole di Miserino) per deferenza alla santità del novello beato,
affinché pregasse il Signore e la Vergine santa per i suoi concittadini. Dato
quindi il segnale del silenzio dal trombettiere, i membri del Consiglio
(erano circa settanta), alzandosi, gridarono unanimi: « Fiat, fiat ». Il Viarana osservò che ogni deliberazione, secondo gli
Statuti, doveva passare ai voti con fave bianche e nere. Tutti però gridarono
nuovamente che l'esenzione doveva concedersi senza scrutinio, e poi essere
registrata dal notaio del Consiglio allora in carica, cioè Girolamo Moncini. Tante
premure per onorare il beato trovano spiegazione anche negli eventi stessi
di quei mesi, in cui la peste mieteva vittime a Faenza e nei dintorni. Dice
una laude composta da un confratello di fra Giacomo Filippo, poco dopo la
morte di lui: « Guardemo intorno alli circumstanti: / de guerra
e pestilentia sonno afflicti;
/ nuy siamo nitti: laudamo Dio, e 'Ila Madre, e 'l Beato. / Vidite quanto bene è seguitato, / che in quel giorno che
quel alma benedetta / passò da questa vita, / da pestilentia
fussimo liberati. /[...] Virgo Annuntiata,
aiuta lo tuo populo faventino,
[ ... ] E priega el tuo Fiolo omnipotente, / con lo tuo
servo Jacopo Philippo, / per lo populo
afflieto / de Faenza, el
contato e l'altre gente » (p. 103-104; 101). fra i miracolati, il suo
primo biografo Coincidenza
rara! Tra coloro che sperimentarono l'efficacia dell'intercessione di fra
Giacomo Filippo, vi fu il primo autore della sua vita. Si chiamava Nicolò Borghese,
« ... il più importante personaggio che abbia avuto Siena, politica e civile,
nella seconda metà del Quattrocento » (così lo definisce L. Zdekauer, Lo Studio di Siena nel Rinascimento, Milano
1894, p. 120). Il
Borghese, nato a Siena nel 1432, era un fervido cultore degli ideali
umanistici. Come esponente dell'Ordine dei Nove (che presiedeva al governo
della sua città) si occupava attivamente di politica. Ricoprì la carica di
segretario della Repubblica senese, e più frequentemente quella di
ambasciatore della medesima: presso Lorenzo dei Medici (1488), Innocenzo VIII
(1489), Carlo VIII (1494) e il doge di Venezia Agostino Barbarigo
(1498). Ma subì anche le alterne fortune delle lotte intestine, fino a
cadere vittima del suo genero Pandolfo Petrucci (sarebbe questi il modello de
« Il Principe », descritto da Nicolò Machiavelli). Presso
lo Studio Senese, per diversi anni ebbe l'incarico di insegnare le discipline
umanistiche (l’Opus humanitatis, come
allora si diceva) e la filosofia morale. Dai contemporanei è ricordato
inoltre come uomo di notevole sensibilità religiosa. Nutriva particolare devozione
per s. Caterina, di cui scrisse la vita in riconoscenza per una guarigione
ottenuta a contatto col cilizio di lei. Sul letto di morte volle che la mano
destra, recisagli nello scontro con gli sgherri del Petrucci, fosse deposta
presso la cappella della Santa, nella chiesa di S. Spirito. Morì il 18 luglio
1500, dopo aver perdonato generosamente i suoi uccisori. Lo
storico di Siena Sigismondo Tizio (1458-1528), confidente intimo del
Borghese, ci informa sulle circostanze di composizione della vita del b.
Giacomo Filippo. Si era sul cadere del 1483. Il beato era defunto da pochi
mesi appena, e già si divulgava la fama dei suoi continui miracoli. Miserino
Bertoni, padre di fra Giacomo Filippo, tutto raggiante per la santità del
figlio, era diretto verso Roma, per recarsi dal Papa. Si può credere che il
motivo di quel viaggio fosse dovuto ad
una cortesia del Pontefice, che desiderava forse incontrarsi col
fortunato papà. Al
suo passaggio per Siena, Miserino fu ospitato in casa del Borghese, assieme
ad uno dei figli che l'accompagnava. Presso il Borghese alloggiava anche il
Tizio, che si era trasferito da Perugia allo Studio di Siena l'anno
precedente. Da Miserino egli ricevette in dono un lembo della cappa del
beato, esattamente quello su cui era cucita la fibbia del collo. Proprio
in quei giorni Nicolò era afflitto da cupa nevrastenia, alla quale andava
soggetto periodicamente. Nella speranza di ottenere la guarigione dal b.
Giacomo Filippo, volle intraprendere un pellegrinaggio alla sua tomba.
Ottenuto il permesso dai dirigenti senesi,
affidò la direzione della casa al Tizio, e prese il cammino per Faenza in
compagnia di fra Domenico da Bergamo, dei Servi, membro della Congregazione
dell'Osservanza. Giunti
a Faenza, presero alloggio in un ospizio. Ma il priore dei Servi, fra Taddeo
d'Arezzo, come seppe del loro arrivo, andò ad incontrarli e li invitò al convento.
Pregato da fra Taddeo, il Borghese (che era ben conosciuto come esperto
umanista) accettò volentieri di scrivere in latino classico la vita e i
miracoli del novello b. Giacomo Filippo (vedi il testo in versione a p.
(80-91). Per le fonti di informazione, interrogò i confratelli e il babbo
stesso del beato. Ebbe inoltre a sua disposizione i numerosi miracoli
registrati nella chiesa dei Servi. Partì
da Faenza sollevato, ma non rimesso. Rientrato però a Siena, ebbe una
guarigione talmente rapida, che egli non esitò ad attribuirla all'invocazione
del b. Giacomo Filippo. Pertanto si diresse nuovamente a Faenza per il dovuto
ringraziamento. Lasciò un epigramma sulla tomba del beato, e ai 61 miracoli
narrati in appendice alla vita del medesimo, aggiunse anche il suo. allora: chi era fra
Giacomo Filippo? Sospendiamo
qui per ora, ai limiti del 1483, la rassegna delle voci che comprovano
l'esplosione del culto al b. Giacomo Filippo, dal giorno stesso del suo
transito. Più avanti (a p. 65) riprenderemo l'argomento, per prolungarlo
fino alle soglie del 1600. Intanto
quel che abbiamo potuto raccogliere è già materia sufficiente per concludere
che siamo in presenza di fatti che hanno dell'incredibile. Esclamava, ammirato,
un frate del convento di Faenza, che vide coi suoi occhi quelle meraviglie: «
in questa nostra etade / non dimostrò mai Idio /
segno de più amistade / a uno corpo sancto e pio, / quanto in veritade
/ ha mostrato con disio / al novo Faventino... »
(p. 97). Ebbene,
se il tramonto di fra Giacomo Filippo si coronò di tanta luce, dovremo
chiederci: Chi era mai questo frate dalle apparenze dimesse? E cosa fece per
meritare così sensibilmente le compiacenze divine, manifestate dai numerosi
prodigi a lui attribuiti? Risponderemo
alla domanda qui formulata, ricorrendo ai sussidi della critica storica.
Abbiamo, anzitutto, la vita che il Borghese scrisse, attingendo informazioni
dalla viva voce dei frati e del babbo di fra Giacomo Filippo. Essa, poi, è
confortata da altri documenti di indiscusso valore. In primo luogo il
registro conventuale di entrata-uscita degli anni 1475-1484. Quindi gli
atti notarili dell'archivio faentino, allo spoglio dei quali attese per
lunghi anni il compianto dottissimo canonico mons.
Giuseppe Rossini (f 1964). Infine tre laudi in volgare ad onore del beato,
certamente non posteriori al luglio 1484 (ne faremo seguire il testo a p.
93-107); esse furono composte da uno o più confratelli che vissero, o almeno
conobbero personalmente fra Giacomo Filippo. Lo schizzo biografico che svilupperemo qui appresso,
proverà come la vita del Borghese, convalidata dalle fonti
archivistiche e letterarie contemporanee, si arricchisca di ulteriori
acquisizioni. Ne guadagna soprattutto il tema mariano, che — accennato appena
nel Borghese — è svolto invece
più diffusamente dalle tre laudi suddette, secondo lineamenti
teologici che fanno capo alla tradizione più antica e più genuina dell'Ordine
dei Servi. figlio di povera gente Non
per vezzo di populismo, ma per lealtà verso la storia dobbiamo dire che fra
Giacomo Filippo ebbe umili origini. I suoi abitavano nel contado di Faenza,
esattamente alle Celle di Monte Chiaro: una località tuttora esistente, a 5
km a sud-ovest della città, in direzione di Castelraniero.
Lì è visibile ancor oggi quella che per tradizione si crede essere stata la
casa natale del beato. Della
mamma sappiamo soltanto che si chiamava Domenica, e che era ancora vivente
quando si spense fra Giacomo Filippo. Secondo un computo probabile, lei mori
attorno al 1490. II papà,
Miserino di Oliviero Bertoni della Cella, era conosciuto come persona di
integri costumi. Così testimoniava di lui, per averlo frequentato a lungo,
Taddeo Viarana, priore degli Anziani del Consiglio
comunale, il 24 agosto 1483, quando Miserino (come abbiamo riferito) ottenne
l'esonero dalle imposte. Il Borghese, che lo incontrò personalmente verso la
fine del 1483 prima a Siena e poi a Faenza, attesta che era stimato da tutti;
la semplicità del tratto gli si rifletteva nel volto e nella parola. Pare,
insomma, l'immagine tipica di tanti nostri contadini d'una volta, carichi di
saggezza e di fatica per il pane d'ogni giorno. E
di fatica doveva essercene proprio un bel pò. Il
nucleo familiare contava parecchi figli, e il beato era tra i primi della
folta nidiata. Infatti nella suddetta domanda di esenzione dalle tasse
presentata tre mesi dopo la morte del figlio, Miserino dichiarava di aver a
carico una famiglia « inutilis » (dice il testo), cioè
non produttiva, forse perché in età ancora minore, e di essere in difficoltà
per mantenerla. Gli davano pensiero soprattutto tre figlie nubili, per
accasare le quali mancava di una dote conveniente. Quanto
ai nomi, oltre fra Giacomo Filippo (che al battesimo fu chiamato Andrea),
conosciamo quelli di Antonio, Domenico, Margherita, Agnese. E si ha ancora
notizia di altri tre figli di Miserino entrati in convento: fra Pietro e fra
Paolo, religiosi domenicani del convento locale di s. Andrea, e di m°
Filippo da Faenza, dei Servi.
Quest'ultimo divenne « maestro » di scienze sacre, ossia uomo di riconosciuta
dottrina teologica, tanto che (come sembra) fu scelto rettore dello Studio
dei Servi a Bologna, attorno alla fine del secolo. Mamma Domenica, dicevamo, pare che si spegnesse a
breve distanza dal figlio fra Giacomo Filippo. Infatti da un testamento del
19 gennaio 1492 risulta che Miserino è passato a seconde nozze con Filippa,
terziaria domenicana, già vedova anch'essa di Ferragudo
Marchetti, dal quale aveva avuto due figli, Teodoro e Agnese. Gli atti
notarili danno Miserino come defunto a partire almeno dal 1511. in
convento a circa nove anni Attorno
al 1463, entro l'austero e rinomato cenobio dei Servi di Faenza veniva
accolto un fanciullo sui nove anni. Si chiamava Andrea, il futuro b. Giacomo
Filippo Bertoni. Chi
lo accompagnava era il babbo, Miserino, che intendeva con tale gesto
sciogliere un voto. Andrea, infatti, era stato colpito dall'epilessia quando
aveva due anni. Il papà promise allora di consacrarlo al Signore, qualora
fosse guarito, Il bambino riacquistò la salute e Miserino, memore del
proposito fatto anni addietro, lo « offrì » (si diceva così in quel tempo)
al convento dei Servi di Faenza. Presentando
il figlio a quella comunità di frati, Miserino obbediva ad una consuetudine
plurisecolare, quella cioè dell'« oblazione », che si instaurò anche presso
gli Ordini Mendicanti, a partire specialmente dal sec. XIV. Essa consisteva
nel fatto che genitori cristiani usavano « offrire » ai monasteri i propri
bambini (maschi o femmine), per indirizzarli stabilmente al servizio di Dio.
Accanto agli esiti positivi di moltissimi casi, quest'abitudine — di cui si
ha notizia in Oriente almeno dal sec. IV — generò anche degli abusi, ampiamente
documentati dalla storia delle istituzioni monastiche. Il Concilio di Trento
volle rimediare a tali inconvenienti, decretando che l'età minima per la
validità della professione religiosa doveva essere di 16 anni. Per
quanto riguarda i Servi di Maria, il costume dell'oblazione di fanciulli è
accertata dal sec. XV, presso alcuni conventi maggiori. Faenza è tra questi;
il registro di amministrazione degli anni 1475-1484 nomina spesso i « putti
», ossia gli oblati (fra Mattia, fra Gregorio, fra Mariano, fra Franchino,
fra Lorenzo, fra Bartolomeo, fra Piero, fra Bastiano). Se
tra i venticinque lettori di queste righe vi fosse qualche giovanissimo, gli
chiederei di non meravigliarsi di quanto ho detto. Qualcosa di analogo
(benché soltanto lontanamente) avveniva da noi fino a 20/30 anni fa. Era,
cioè, cosa abituale entrare sui dieci anni nei seminari diocesani o nei
collegi vocazionali di vari istituti sia maschili che femminili. In questa
prassi avevano buon gioco fattori religiosi (come la buona tradizione delle
famiglie, le attitudini di pietà mostrate dal bambino ...), o anche sociali,
in quanto i genitori, sovente di modestissime condizioni, si preoccupavano di
garantire ai propri figli la possibilità di studiare in ambienti sani, non
troppo costosi, in vista di conseguire eventualmente una posizione nei quadri
dei servizi ecclesiastici. Il
seguito del lungo itinerario formativo determinava la selezione. Una
percentuale assai ridotta (che poteva oscillare attorno al 10%) proseguiva,
dal momento che i candidati, con l'assistenza dei loro educatori,
scoprivano in sé germi autentici di vocazione alla vita religiosa o
sacerdotale. I più ritornavano alle proprie famiglie, ricchi però di una
formazione che li aiutava a divenire credenti esemplari, o almeno cittadini
coscienziosi. Fin
dai teneri anni, Andrea aveva iniziato a frequentare assiduamente le chiese;
cominciava insomma a profilarsi in lui, per così dire, quel « genio del
sacro », che lo avrebbe poi condotto a vertici altissimi di esperienza evangelica.
Probabilmente anche per questo Miserino tenne fede al suo voto: magari col
cuore gonfio (chi di noi — coniugato, frate, suore o sacerdote che sia —
potrebbe dimenticare cos'è costato ai genitori il nostro distacco dalla casa
paterna?), eppure lieto di offrire al Signore ciò che dal Signore aveva ricevuto. i
Servi di Maria: chi erano? Avendo
accennato alla presenza di un convento dei Servi a Faenza, dovremo spendere
qualche paragrafo per intrattenerci sui membri di questa famiglia di fratelli
in Cristo. Dove nacquero? E quale missione svolgevano in seno alla Chiesa? Non
sarà una disgressione oziosa la nostra. Al contrario, queste cognizioni
preliminari sono indispensabili per
assuefarci al clima evangelico ed ecclesiale che propiziò la crescita
umana e religiosa del b. Giacomo Filippo. L'Ordine
dei Servi di santa Maria (questo è il loro titolo primo ed ufficiale) ebbe
origine a Firenze, nei primi decenni del sec. XIII. Il 1233 è considerato
tradizionalmente l'anno di fondazione. Dettero
inizio a questo Ordine sette laici fiorentini. Alcuni di essi erano
coniugati; altri non sposati e altri vedovi. Tutti erano mercanti (come s.
Francesco). Facevano parte di una compagnia laica, i cui aderenti si
chiamavano « Servi di s. Maria », ed erano animati dall'ideale cristiano
dell'amicizia fraterna e del servizio ai poveri, agli ammalati. Desiderosi
tuttavia di realizzare una conversione più radicale al vangelo (aspirazione
assai diffusa nei secoli XII-XIII), abbandonarono l'attività commerciale,
lasciarono le proprie case, distribuirono i loro beni ai poveri e alle
chiese, e si ritirarono a vita comune in una casetta, a ridosso delle mura
cittadine, fuori porta di Balla. Qui offrirono limpide testimonianze di
carità, perseverando nel loro impegno di servizio a favore di quanti erano
afflitti nel corpo e nello spirito. Questo avveniva nel 1233. In
seguito, verso il 1245, concepirono il proposito di una vita più
esclusivamente contemplativa. Probabilmente anche per evitare un ritorno
forzato alle loro abitazioni da parte dei capi ghibellini, accettarono il consiglio di Ardingo, vescovo di Firenze, il
quale suggeriva loro di scegliere Monte Senario, a 18 km. dalla
città, come sede del loro secondo ritiro. Lassù edificarono un abitacolo e
un oratorio ad onore di s. Maria. Conducevano una vita di severa penitenza,
eremitica e comunitaria al tempo stesso. Si mantenevano infatti col proprio
lavoro; coltivavano un'intensa preghiera solitaria, per ritrovarsi quindi
insieme a lodare il Signore; e accoglievano persone che, in numero crescente, si rivolgevano a loro in cerca di consiglio
o per chiedere di condividere con essi il medesimo genere di vita. E
così, in virtù quasi di un contagio spirituale diffuso dai Sette, nacque una
nuova famiglia spirituale nella Chiesa di Dio. Nel corrente anno 1983, essa è
lieta di celebrare i suoi 750 anni di servizio a Dio, alla Vergine, al mondo. un
ordine dedicato alla Madonna Fin
dai loro inizi, come sta ad indicare il nome che portano, i Servi di Maria
nutrirono specialissima devozione alla Madre del Signore, la santa Vergine.
Di lei — scrive il documento più venerando delle nostre origini, redatto
intorno al 1318 — i Sette primi Padri erano « precipui amatores
», cioè « singolarmente innamorati » (cf. La « Legenda de origine Ordinis
» dei Servi di Maria, Roma 1982, paragrafo 18, p.
46 e 167). Essi fecero propria la spiritualità mariana della migliore
tradizione medievale. In
quei secoli tutta la Chiesa è « mariana »; tutta la Chiesa cioè è cosciente,
che Maria, pur non essendo il centro, è però centrale nel cristianesimo. E
questo non per invenzione nostra, ma per volontà di Cristo medesimo. Leggiamo,
infatti, nel vangelo di Giovanni (19,25-27) che Gesù, agonizzante sulla
croce, affidò il discepolo amato alla Madre con queste parole: « Donna, ecco
il tuo figlio »; poi disse al discepolo: « Ecco la tua Madre ». E da
quell'ora il discepolo accolse la Madre di Gesù presso di sé. Una
costante tradizione del pensiero cristiano ha interpretato quest'ultima
volontà del Signore come un testamento che riguarda la Chiesa intera. Vale a
dire: il discepolo lì presente (forse Giovanni?), oltre ad essere una
persona individua, è anche il rappresentante (la « figura », il « tipo ») di
ogni altro discepolo di Cristo. In quell'ora decisiva per la storia della
nostra salvezza, Gesù chiedeva a lui non solo di offrire a sua Madre, che
rimaneva sola, un rifugio materiale. Prima di tutto, Gesù intendeva fare di
sua Madre la Madre spirituale di ogni credente, cioè di tutta la Chiesa. In
risposta, il discepolo accoglie Maria non soltanto fra delle mura
domestiche, ma principalmente entro lo spazio della fede. A partire da quel
momento, Maria diveniva per lui uno dei tanti beni irrinunciabili che gli
derivavano dall'amore di Cristo. Oltre ad essere Madre di Gesù, ella era
anche la propria Madre. Come tale egli la ricevette fra i suoi valori
spirituali. All'epoca
della nostra fondazione, nel sec. XIII, la comunità cristiana, già
ammaestrata da una perseverante esperienza di secoli, ripete con tutta
fedeltà l'atteggiamento del discepolo amato. La Madonna è celebrata e vissuta
nelle sue prerogative di Madre di Dio, Vergine, Mediatrice e Assunta in
cielo. Erano queste le dimensioni maggiori che la Chiesa aveva acquisito
fino allora a riguardo di Maria. Ella
è, in primo luogo, Madre di Dio, di Cristo. Da lei il Verbo ha preso
la nostra carne e il nostro sangue. Si è fatto uno di noi, al punto che Egli,
ormai, può essere additato come il ragazzo del falegname di Nazaret (cf Matteo 13,55),
« ... quell'uomo che si chiama Gesù » (Giovanni 9,11). E
Madre Vergine, poiché fu l'energia dello Spirito Santo a fecondare il
suo grembo, dopo aver preparato l'animo di lei a pronunciare il « fiat »,
quel « sì » che la rendeva serva in tutto disponibile al disegno divino. Poi
Mediatrice, ora che è Assunta alla glorificazione celeste. Pur
sedendo « gloriosa » accanto al Figlio, pienamente partecipe della Sua
redenzione nell'integrità della propria persona (anima e corpo), Maria è impegnata
in un continuo saliscendi fra cielo e terra. Si adopera senza sosta nel
presentare al Figlio richieste e aspirazioni dei suoi figli, nelle
circostanze più minute: tanto è varia la vita, e sempre degna di venerazione,
proprio perché fatta propria dal Verbo Incarnato! Per noi ella impetra
favori d'ogni genere, soprattutto la grazia delle grazie, che è quella di
aprire il cuore e la mente alle indicazioni evangeliche: « Quanto Egli vi
dirà, fatelo ». Così
ella disse ai servi delle nozze di Cana, « il terzo giorno » {Giovanni 2,1.5).
E tale continua ad essere il suo testamento in seno alla Chiesa, oggi che
viviamo «il terzo giorno» dell'era pasquale. Una
convinzione è profondamente radicata nel devoto del medioevo: la Vergine,
essendo « piena di grazia », con la sua carità illimitata può coprire i tanti
nostri peccati. Per servire degnamente Cristo (si faccia attenzione a questo
orientamento teocentrico!), uno si affida a Maria, si dichiara « suo Servo ».
Il servitium Domini (= « servizio del
Signore ») si attua mediante il servitium
Dominae ( = « servizio della Signora », cioè di
Maria). Un servizio sostanziato di saporosa concretezza; si esplica,
infatti, in ogni espressione dell'esistenza: pensieri, parole, opere. Conclude
uno dei più qualificati storici dell'Ordine dei Servi: « Il mistero di Maria
... per i nostri primi Padri aveva un senso ed una interpretazione più piena
e più sostanziale di quella che non sappiamo dare noi. Per loro, Maria era
la Chiesa; la sua vita, era la vita della Chiesa, e le sue virtù, le virtù
della Chiesa. Ella era la Chiesa dello Spirito, non separata dalla Chiesa,
ma destinata a rifluire su di questa i tesori dei suoi carismi e gli esempi
della sua vita. Era la Madre della Chiesa, e l'ideale di lei » (R. Taucci, Note storiche e riflessioni sulle nuove
Costituzioni dei Servi, Rovato [Brescia] 1975, p. 25-26). i servi a Faenza A
Faenza, i Servi di Maria vennero nel 1313. Vi furono chiamati dal vescovo fra
Ugolino, dei Minori Conventuali, nativo della città. Rivolgendosi a fra Andrea
da Borgo San Sepolcro, loro priore generale, egli invitava i Servi nella sua
diocesi con questo preciso incarico: edificare una chiesa e un convento ad
onore della Beata Vergine Annunziata, nella zona di Porta Ponte, coi sussidi
lasciati dal cittadino Guglielmo Az-zoni. Di questo
nuovo complesso, fra Ugolino pose la prima pietra il 14 agosto 1313, vigilia
dell'Assunta. La chiesa sarà però ultimata soltanto nel 1343, con le offerte
dei fedeli e gli aiuti finanziari di Francesco Manfredi, fondatore della
Signoria di Faenza. In
più, nel 1318, lo stesso Presule commise alle cure pastorali dei Servi la
Chiesa parrocchiale di s. Maria in Curte, situata
nelle vicinanze di Porta Ponte, cedendo in pari tempo quanto apparteneva
alla medesima in case, vigne, terre, beni mobili e immobili, diritti e
azioni. Nei
pressi dell'abitazione dei Servi esisteva inoltre una seconda piccola
parrocchia, dedicata ai santi apostoli Filippo e Giacomo. Anch'essa fu
incorporata alla chiesa dei Servi, che cominciò a portare il titolo omonimo. Nel
periodo in cui vi dimorò fra Giacomo Filippo, il convento di Faenza era tra i
più importanti della provincia di Romagna e dell'intero Ordine dei Servi.
L'ubicazione stessa lo rendeva un crocevia di comunicazione. Sorgeva infatti
sulla via Emilia, l'antica arteria romana che restava sempre uno dei canali
più efficienti per il traffico e il commercio. Inoltre era collegato
direttamente con la Toscana, per la strada di Marradi-Ronta, che sfociava
direttamente nella valle del Mugello, dirimpetto a Montesenario.
A motivo dunque di vari fattori, il cenobio faentino assumeva un rilievo
singolare nella mappa geografica dei Servi. Nel
1468, ad esempio, ospitò il capitolo generale (fra Giacomo Filippo era allora
sui 14 anni). Vi erano poi di stanza frati assai conosciuti, come m° Nicolò
da Pistoia (teologo e predicatore), m° Carlo (sarà procuratore generale
dell'Ordine nel 1485) e m° Girolamo (provinciale della Romagna nel 1477),
entrambi da Faenza. Sovente sono di passaggio altri membri illustri dell'Ordine:
m° Antonio Alabanti (eletto priore generale nel
1485), m° Taddeo da Bologna, m° Cesario da Ferrara, m° Bonaventura
da Forlì (il beato), m° Galvano da Padova, fra Cristoforo Tornielli
da Capodistria, priore generale dal 23 maggio 1461. Prova
sicura del prestigio goduto dai Servi in Faenza, è la nomina successiva di
due religiosi del convento alla presidenza episcopale della diocesi:
Francesco Zanelli, eletto il 16 settembre 1438 e morto nel 1454; e Giovanni
da Siena, vescovo dal 18 settembre 1455 al 20 dicembre 1457. Erano
pur saldi anche i rapporti coi Manfredi, signori della città. Essi avevano
la cappella sepolcrale nella chiesa dei Servi, alla costruzione della quale
(dicevamo) contribuì generosamente Francesco Manfredi nel 1343. Lancillotto,
ad esempio, fratello di Galeotto, è invitato a mensa dei frati con m°
Galvano da Padova. Di
tanto in tanto, siedono a cena ospiti secolari (« mundanni
», nel gergo del tempo) o religiosi di altri Ordini. La
fraternità può espandersi in commensalità, aperta
agli umili e ai grandi, purché sappiamo dire la parola giusta agli uni e agli
altri. Gesù ristorava affaticati e oppressi (cf Matteo
11,28), e non declinava l'invito di Zaccheo, uno strozzino, capo dei
pubblicani (cf Luca 19,1-10). un cenacolo di pietà
mariana Anche
a Faenza, i Servi — fedeli alle loro tradizioni di famiglia — avevano fatto
della propria chiesa un centro di culto alla Madre del Signore. E con risonanza
cittadina. Ai
Servi era custodito e venerato l'affresco dell'* Incoronata », così chiamato
dopo che Astorgio Manfredi, verso la metà del sec.
XV, l'aveva decorato di una corona d'argento. Si trattava di un'immagine
tenerissima e materna quanto mai (al presente è conservata nella chiesa del
Suffragio); rappresentava infatti la Vergine che allatta il Bimbo. Ogni
anno, il 2 febbraio (festa della Purificazione), a Galeotto Manfredi e alla
consorte venivano presentate due candele di cera bianca, acquistata
appositamente a Cesena. Tuttavia,
la principale solennità mariana ivi celebrata era la festa
dell'Annunciazione, il 25 marzo. Per la circostanza, si esponevano in chiesa
le insegne dei Signori. Per il mattino della festa, gli Statuti del Comune
prescrivevano che il Podestà o il suo Vicario con gli Anziani di turno alla
presidenza, accompagnati dalle varie corporazioni delle arti, offrissero la
cera ai frati dei Servi: due torce di almeno quattro libbre i primi, e due,
dal peso di tre libbre, ciascun ordine delle arti. Suonata la campana grossa
come per il Consiglio generale, la processione muoveva dal palazzo del
Comune alla chiesa dei Servi, preceduta dai trombettieri. Erano poi di
ritorno allo stesso palazzo, sempre disposti in corteo. Ecco.
Di siffatta natura era l'ambiente socio-religioso, remoto e prossimo, in cui
operavano i Servi di s. Maria a Faenza. Al loro numero si aggiunge, ragazzetto
di nove anni, Andrea Bertoni, verso il 1463. A lui adesso ritorniamo, per
seguirne le tappe di ascesa verso il monte che è Cristo.
prima
formazione, studi, sacerdozio Al
suo ingresso tra i Servi di Faenza come oblato, è probabile che il piccolo
Andrea vestisse l'abito dell'Ordine alla maniera dei novizi. Così
prevedevano le antiche consuetudini monastiche, cui sembra alludesse (per
esempio) la seguente nota contabile del libro di amministrazione
conventuale: « Item ... spixi in dua brazza de pano per far aste
e scapulare a fra Bartolomeo e fra Mateo putì de casa e del convento; bagnado
e cimado livra una e
soldi quindexi, dinari sei » (f. 50v). A
norma di un'altra usanza, che voleva accentuare l'abbandono di tutto per
rinascere a vita nuova, al neo-oblato fu cambiato anche il nome; lo
chiamarono infatti fra Giacomo Filippo, in ossequio facilmente ai due
apostoli Filippo e Giacomo, cui era dedicata la chiesa dei Servi. Uno
o più religiosi, secondo l'abitudine, furono sicuramente designati a curarne
l'educazione. Questo compito toccò forse a fra Clemente Lusi, faentino, che
fu priore del convento nel 1461-1462, 1478-79 e vicario generale dell'Ordine
dal 1468 al 1472. Verso di lui, ci fa sapere il Borghese, fra Giacomo Filippo
mostrò costante venerazione filiale. Fin
dai primi anni di oblazione, egli si distingueva per l'esemplare osservanza.
Nei vari momenti dell'ufficiatura liturgica, aveva cura di attenersi con
esattezza alle rubriche generali della chiesa e quelle proprie dell'Ordine:
« Tu observasti ogni precepto,
vase luce in puritade /
... L'abito sancto tu portasti / delli Servi de Maria; / con santità lo servasti / da
l'ultima e pria » (p. 95). Progredendo
in età, si applicò poi con tale impegno allo studio, da riuscire a
comprendere speditamente le opere dei migliori autori latini e cristiani,
soprattutto s. Girolamo. Su questo esimio dottore della Chiesa, aveva tanto
caro l'opuscolo Eusebius de morte Hieronymi: un testo di autore incerto (si può consultare
nella Patrologia Latina, volume 22, colonne 239-282), denso di riflessioni a
svolgimento scritturistico, con applicazioni alla vita monastico-sacerdotale.
Coltivava con passione l'approfondimento della Bibbia, la lettura dei Padri;
si dilettava a cogliere fior da fiore dalle vite dei santi. In simile
programma si ritrovava umanistica, abbondantemente riflessa, tanto per fare
un riferimento, nei Sermoni dei predicatori più rinomati dell'epoca. Tanta
diligenza per la propria formazione intellettuale e ascetica, fu coronata
con la promozione al sacerdozio, avvenuta, si può credere, verso il
1478-1479, sui 25 anni. Circa la sua spiritualità sacerdotale, il Borghese
esce in questo commento: « Nessuno lo superava nel celebrare la messa — con lacrime copiose — per devozione
e venerazione; nessuno contemplava più profondamente — quando teneva il corpo
di Cristo tra le mani — il mistero della croce » (p. 83). Sì,
dall'offerta eucaristica fra Giacomo Filippo imparava a fare della propria
esistenza un dono segnato dalla croce del suo Signore. E invero — malgrado
l'ardore giovanile dei suoi anni, che furono tanto pochi — egli fece
esperienza non comune della passione di Cristo: nelle angustie di una
costituzione fisica cagionevole e nella percezione acuta del gran male che è
il peccato, per il quale il Salvatore diede il proprio sangue. Soprattutto di
questa compunzione erano rivelatrici le lacrime copiose con le quali il
beato irrorava la celebrazione del divin
Sacrificio.
amore
per la storia del suo Ordine Consentitemi
un preambolo. La storia, dice l'antico adagio, è maestra della vita. Però
non ha discepoli, soggiungono alcuni. Soprattutto
la vecchia Europa ha una cultura strutturalmente storicistica. Siamo
stracarichi di secoli, Perciò è istintivo per noi riannodarci alle origini
delle situazioni, ci è familiare interrogare il passato per meglio intendere
l'ora che stiamo vivendo. Dinanzi a un monumento del tempo che fu (testi,
edifici, creazioni artistiche di vario
genere ...), sarebbe inconcludente chiedere soltanto: « A quando risale? »;
come pure sarebbe lamentevole limitarsi a dire: « A che cosa serve? ». La
sapienza sta nel congiungere i due tipi di domanda. A questo patto la storia
riscuote udienza. Trasferite
a livello di fede cristiana, le suddette considerazioni mettono radici più
profonde. Dio, infatti, ci chiama alla sua Alleanza d'amore e come persone
singole e come membri del suo popolo. Nella Chiesa, siamo pecorelle che il
Cristo ama « ad una ad una », e siamo
anche « gregge » che egli pasce (cf Giovanni
10,3.14.16). Nell'Apocalisse (21,2), la Nuova Gerusalemme è al tempo
stesso « sposa » dell'Agnello-Cristo ( == dimensione interpersonale) e «
città » ( = dimensione sociale). In questa comunità di salvezza « nessun uomo
è un'isola », e quindi non può esservi spazio per guerre di generazioni.
L'una rivive nell'altra e in tutte opera il medesimo Spirito di Gesù Risorto.
All'interno del popolo di Dio, per esprimerci col profeta Malachia (3,24), il cuore dei padri è rivolto verso i
figli, e il cuore dei figli verso i padri. Perché
questa premessa? Semplicemente per introdurre un ulteriore approccio della
statura evangelica del b. Giacomo Filippo. Stavolta esso riguarda l'interesse
da lui mostrato per la storia della sua famiglia, quella dei Servi di s.
Maria. Risulta, infatti, che egli sintetizzò in un libro le cose più
importanti sulle vicende ormai tre volte secolari del suo Ordine. Ricaviamo
questa notizia da una testimonianza che fra Gregorio Alasia
(1578-1626), storico dei Servi, poneva di sua mano in margine ad una copia
degli Annali editi da fra Arcangelo Giani nel 1618. La postilla recita così:
« [Del] B. Jacomo Philipo
mi disse il Padre Maestro Giovanni Antonio Tempioni
da Faenza d'haver veduto e letto un libro in folio
reale alto quasi un palmo, [com] posto dal B. Jacomo Filippo in volgare, come una Cronica di
tute le cose più degne della sua Religione, dal suo principio sino ai suoi
tempi, e venerata e stimata come una reliquia ... Ritro[van]dosi
questo libro in mano del ... P. Honorio Tolanella, che morì l'anno 1607, li fu levato come per
forza dal P. Priore ... « (A.F. Piermei, Memorabilium sacri Ordinis
Servorum ... Breviarìum, III, Roma 1931, p. 58-59
nota 1). E'
commovente sapere che il florilegio di memorie servitane composto dal beato
fosse oggetto di attaccamento geloso da parte dei fratelli del convento di
Faenza. Fissando quei ricordi sulla carta, fra Giacomo Filippo si
professava figlio spirituale dei Padri che l'avevano preceduto. E anche a
questo titolo egli meritava di diventare a sua volta padre nello spirito di
quanti sarebbero succeduti a lui nel servizio a Cristo, entro l'Ordine dei
Servi di sua Madre. un
frate umile,
contemplativo ... Fra Giacomo Filippo, scrive il Borghese, «... nient'altro rifuggiva quanto la lode:
ai nostri giorni è apparso straordinario che egli cercasse in ogni modo di
celare opere buone e singolarissime virtù. Benché fosse stimato da tutti
buono e retto, fu tuttavia apprezzato assai più da Dio che dagli uomini.
Sull'esempio del Salvatore, volle infatti essere schernito e disprezzato
dagli uomini: in cuor suo nulla più ardentemente desiderava che di piacere
unicamente a Dio, suo padre e creatore, e di seguire il cammino del nostro
Redentore » (p. 84). E
la seconda laude: « Però diremo un poco de sua hystoria,
/ quanto fosse humile in vista e in facti; / sempre in soy acti / uno agnello parea da Dio
mandato » (p. 102). A
proposito della riservatezza del beato, non vorrei trascurare il seguente
episodio, che il cronista faentino Bernardino Azzurrini (1542-1620)
conservava fra le sue memorie. Tra i confidenti di fra Giacomo Filippo vi era
Giacomo Moni, ufficiale addetto alle finanze di
Galeotto Manfredi, e attivamente impegnato nel Consiglio comunale, di cui fu
membro negli anni 1470,1483 (era tra i votanti il 24 agosto, quando fu accordata
l'esenzione dalle tasse a Miserino Bertoni), 1489 e 1490. Nel 1500 figura tra
i 16 cittadini che, assieme agli Anziani, furono incaricati della difesa di Faenza,
dopo che Cesare Borgia mosse contro la città, in novembre. Ora il Moni era affetto da una fistola alla schiena, e fra
Giacomo Filippo lo guarì con tre segni di croce; gli impose tuttavia di non
dir niente a nessuno, ma di ringraziare piuttosto Dio e la Vergine. Alla morte
del beato, egli portò a conoscenza il fatto, e in segno di gratitudine pose
la propria immagine presso la tomba del frate amico. Perché
tanta ansia di nascondimento? Si potrebbe rispondere che tale era il
carattere di fra Giacomo Filippo. In effetti egli era assai timido e
taciturno, quanto mai desideroso di solitudine; amava passeggiare da solo,
meditando, con gli occhi bassi: « Solitario sempre stevi
... / Tu ligendo contemplavi / in tanto fervore
erto. / Sempre Idio pensavi / con tutto el core experto, / che la sera non sapivi
/ se in quel dì magiato avivi
/ ... Quando io vedea quel corpo beato, / con gli ochi a terra, sempre contemplando... » (p. 95-96, 102). Il
referto della psicologia, per quanto rispettabile, non spiega tutto. Fra
Giacomo Filippo era incline sì all'introversione. Ma per lui, genuino seguace
di Cristo, quel che contava era la sequela del Maestro. A questa nobile arte
egli orientava ogni dono di natura. L'introversione si convertiva pertanto in
contemplazione sull'insegnamento del Salvatore, si studiava infatti di
piacere a Dio nel segreto e di aprirsi a lui nell'intimità orante. « Pertanto
ogni sua industria — prosegue il Borghese — era rivolta alle ricchezze
incorruttibili e tanto aveva fissato la mente nelle cose celesti da bramare
soltanto le gioie della vita immortale » (p. 84). Questa
è terapia delle radici: vivere nascosti « ... con Cristo in Dio » (Colossesi 3,3); rimanere uniti a Cristo come tralci
nella vite (cf Giovanni 15,1-6). Per queste
vie lo Spirito conduceva fra Giacomo Filippo, e andava plasmando in lui
l'uomo nuovo nel quale regna l'accordo tra essere e apparire, tra intenzione
e azione, tra cuore e labbra. Quando
i raggi del volto di Dio, sospirato nella preghiera, fanno luce sulla verità del
nostro essere, sapremo accogliere ogni creatura con l'occhio e il cuore di
Cristo, sempre rivolto al seno del Padre e perciò amico fedele dell'uomo (cf Giovanni 1,18; 15,15). ...eppure cultore di
amicizia E
difatti fra Giacomo Filippo era riservato sì, non però schivo da rapporti
cordiali, intensi, all'interno e all'esterno delle mura conventuali. Dei
suoi confratelli, stimava come un padre fra Clemente Lusi. Nutriva poi
affezione speciale per fra Simone di Vangelista
Mattioli da Faenza, fratello laico, che per molti anni fu suo compagno di
cella. La
familiarità di fra Giacomo Filippo con fra Clemente e fra Simone, trova
riscontro in documenti che testimoniano quali fossero in realtà le
aspirazioni di quei tre religiosi. Devoti com'erano della Madonna,
intendevano costruire un convento e una chiesa dal titolo « S. Maria Nuova »,
nelle adiacenze del mulino di Persolino, sotto Castelraniero, pressapoco dove
sorge l'attuale Cartiera. Scopo della fondazione era poi quello di
ritirarvisi con alcuni altri frati dello stesso convento, per servire
piamente il Signore e la sua Madre santissima. Si impegnavano a sopperire
alle spese coi propri beni e con le elemosine che avrebbero percepito dai
fedeli. Fra
Clemente e fra Simone si recarono a Bologna, dove il 13 novembre 1480
Alessandro Abbrazati, vicario generale del vescovo
di Faenza Battista dei Canonici, concesse loro e a fra Giacomo Filippo, in
solido, la facoltà di procedere ai lavori. In compenso faceva loro
obbligo di versare
ogni anno al vescovo mezza libbra di cera nuova, nella
festa di s. Pietro. Il sedici successivo, nel convento di s. Maria dei Servi
della stessa città, fra Simone ottiene una lettera di approvazione dal
priore generale fra Cristoforo Tornielli. Con
questo permesso fra Simone era autorizzato ad acquistare il terreno
necessario alla costruzione, con la vendita di alcuni beni ereditati dopo la
morte del padre. Vendita
e acquisto vennero effettuati, rispettivamente, il 29 e il 31 marzo 1481. Ma
in un atto del 4 febbraio 1483 leggiamo che il loro progetto non potè andare ad esecuzione per motivi legittimi, di cui
erano al corrente fra Clemente e fra Simone. Una delle cause impedienti
sopraggiunte era forse l'infermità del
beato, che andava sensibilmente aggravandosi, come si dirà più innanzi
(p. 60-65). Poi
l'apertura verso l'ambiente esterno. Stupisce, ad esempio, vedere che fra
Giacomo Filippo (lui, così contemplativo!) mantiene rapporti con un uomo di
mondo, tipo Giacomo Moni. In
veste di procuratore della casa, inoltre (cf. p.
46-48), il beato veniva necessariamente a contatto con diverse persone del
piccolo borgo paesano che gravitava attorno al convento dei Servi. Non
disdiceva affatto per lui, cercatore di Dio nella quiete del chiostro,
confondersi tra la gente comune nelle viuzze del quartiere di Porta Ponte. Anzi!
Così facendo, fra Giacomo Filippo realizzava in sé quella che è vocazione
della Chiesa tutta. La quale non è stata pensata da Gesù come un'arca di
Noè, dove trova rifugio un numero sparuto di scampati. L'ha voluta, al
contrario, come sale della terra, luce del mondo (cf
Matteo 5,13.14), fermento nella pasta (cf Matteo
13,33; Luca 13,21). E il monaco, proprio per essersi consegnato a
Dio nella solitudine, diventa poi nucleo di aggregazione tra i fratelli. Si
ripete il paradosso di Gesù, che vive immerso nel Padre e per ciò stesso si
concede a tutti. E' lui che raduna nell'unità i dispersi figli di Dio! (cf Giovanni 11,52). « ora et labora » L'indole
studiosa e meditativa di fra Giacomo Filippo era accoppiata ad uno spiccato
senso di laboriosità. Col lavoro manuale ricreava la mente dalle fatiche
dello studio, perché era solito ripetere che l'ozio è il ricettacolo di ogni
vizio. Nell'ambito
della comunità ebbe alcune incombenze, come l'ufficio di procuratore, che
svolse dal maggio 1478 all'aprile 1479. Presso l'Archivio di Stato di Faenza
(sezione Archivi delle Congregazioni Religiose: Padri Serviti, xxiv,
n. 208), è visibile tutt'oggi il registro in cui il beato annotava di suo
pugno le partite di entrata e uscita nei vari giorni della settimana. Mese
per mese rendeva conto al priore e ai frati. Il totale della suddetta
contabilità curata da fra Giacomo Filippo occupa trenta fogli di uscita (ff. 26-40v) e quattordici di entrata (ff. 21-27v del volume capovolto). Il f. 26
uscita, in data 7 maggio 1478, reca il suo autografo siglato in questi
termini: « Qui comenzo a scrivere jo fra jacome filipo, procuradore novamente » (ossia di fresco, di recente). Lo
riproduciamo nel presente opuscolo, alla pagina 69. Siamo quindi in presenza
di una reliquia veneranda, custodita amorevolmente lungo i secoli; invece
gli altri libri di conto relativi ai Servi di Faenza di quel periodo, sono
andati completamente smarriti. Il
Borghese (che ricevette informazioni dai frati del convento faentino) dice
che il beato espletò quell'incarico con soddisfazione di tutti. E questo (se
il commento non pare abusivo) potrebbe essere uno dei miracoli più
sostanziosi operati da lui in vita. Era infatti servizievole (prosegue il
Borghese), mite, dal temperamento inalterabile, lieto di prestarsi alle richieste
dei confratelli, ai quali volentieri perdonava gli atteggiamenti meno
benevoli nei suoi confronti. Sarebbe
non poco istruttivo ripassare ad una ad una le note di attivo e passivo
stilate dal beato (le abbiamo pubblicate integralmente a p. 183-225 dello Scrinium historiale, VI,
citato qui a p. 10). Là si vede come il dialogo con Dio (perseguito nella contemplazione)
si traduca poi in atteggiamenti di servizio verso il prossimo, nel minuto
della cronaca quotidiana. La quale — a ben riflettere — non è banale per
niente, proprio perché assunta e trasfigurata dallo stesso Figlio di Dio. Che
altro poteva fare Gesù nel ritiro pressoché trentennale di Nazaret, come figlio del falegname? Dunque,
diamo uno sguardo a quel registro ove, giorno dopo giorno, si dipana il
tessuto della vita conventuale. Di che cosa si occupa fra Giacomo Filippo,
lui, così assorto nei pensieri di Dio? Si
interessa, ad esempio, del materiale occorrente al servizio del culto. Paga,
infatti, per la rilegatura di libri liturgici (tre antifonari, un messale, un
salterio), per un barile destinato al vino da Messa, per i rami d'ulivo da
usare la domenica delle palme, per la corda delle campane che è troppo corta
... Segna le offerte per i funerali (assai frequenti) e quelle che il sagrestano
gli passa dalla cassetta della Madonna, delle candele e dei vari altari. Dalla
chiesa le attenzioni di fra Giacomo Filippo si spostano alla biblioteca, dal
momento che è retribuito m° Zuane per aver rilegato
i libri del convento. E
dalla biblioteca alla cucina, che assorbe le cure maggiori. Gli acquisti per
la mensa dei frati comprendono: carne (pollo, manzo, capretto, castrato,
maiale ...), pesce, erbe (specialmente per il venerdì), spinaci, cavoli,
rape, piselli, zucche, cetrioli, cipolle, uova, formaggi per le minestre ...
Particolare sollecitudine è riservata
alle spese di carni e medicine per gli ammalati. Di frequente si fanno
provviste straordinarie per « fare honore » ai
confratelli ospiti di passaggio, i quali — come abbiamo già rilevato — non
erano né pochi né rari in un convento-crocevia, tipo quello di Faenza. Altro
aggravio notevole per un procuratore era la manutenzione muraria del
complesso monasteriale di cui sono menzionati tre chiostri, e la fornitura
periodica di suppellettili. E quindi
occhio alla ripulitura del pozzo, alla spazzatura del camino, alla
riparazione del tetto in coppi e legname, a serrature, chiavi, candele e
tutto ciò che comporta il fabbisogno ordinario. Di tanto in tanto bisognava
accomodare o comprare utensili per la cucina: caldaie, graticole, coperchi di
pignatte, secchi, paiuoli, teglie ... Nell'economia
della casa rientravano anche i « famigli », cioè uomini assunti per alcune
mansioni lavorative. Il beato fa i nomi di Piero, di Polo (che lavorava le
terre del convento a S. Lucia) e di un altro chiamato « el
Negro ». A ciascuno di essi, egli versa puntualmente il salario. Vi
erano poi i fornitori, ai quali bisognava corrispondere l'importo dovuto.
Vediamo, allora, fra Giacomo Filippo fare i conti con m° Jacomo,
il barbiere che viene a radere i frati in
casa; con Favazolo, speziale del quartiere,
per medicine e candele; con m° Cristo-fano, calzolaio, dal quale aveva
comprato diverse paia di scarpe per questo o quel frate; con m° Sivero Maneghèlo, macellaio,
che invece di essere pagato in contanti accetta in cambio 450 fascine, quale
saldo parziale del suo credito; con m° Zuane,
rilegatore dei codici del convento. Un
altro capitolo dell'amministrazione era rappresentato dalle proprietà
terriere dei Servi di Faenza, mutuate dall'antica parrocchia di s. Maria in Curte, per volontà del vescovo fra Ugolino, nel 1318.
Essi avevano degli appezzamenti di bosco a Tebano, a S. Lucia e alcune
vigne così denominate dal libro di entrata-uscita: « vigna de Simone Fantino
», « vigna de Cazaguera », « vigna da sancta Luxa », « vigna granda e quela de campi ». I frati incaricavano operai di fiducia
per tagliare il legname e portarlo in convento, per zappare le vigne,
potarle, vendemmiarle e raccogliere i tralci. E toccava ovviamente al
procuratore ungere le ruote con merende e pasti a base di pane, vino, carne,
uova, formaggi. Così fa il beato il quale, venendo dal contado e pensando
forse alle mani callose di papà Miserino, poteva intuire più agevolmente la
fatica di chi impugna mannaia, zappa e vanga. Osserva infatti al f. 26
uscita che per « ... zapare la vigna granda ... fo trenta trea
opere [ = giornate lavorative], perché era tanta secha,
che apena se podeva zapare ». Senza
dire, poi, degli eventuali grattacapi che potevano insorgere per il
contratto di lavoro. Per esempio, una partita del 2 dicembre 1478 ci fa
sapere che fra Giacomo Filippo deve pagare la somma di tre soldi « ...per
mandare el piacerò [= paciere?] a fare comandamento
a quelli che tene le silve
da Tibano, che se leveno
de suso el nostro, perché non anno observati i pacti, perché non
ce anno dato el nostro, zoè
cara due o tre de legne de li anni passati » (f.
36). Ma
intanto con quella manciata quotidiana di soldi, spesi ora «... per una onzia [ = oncia] de zucharo per
m° Gaspare che avea male » (f. 28v), ora
« ... per fare honore al priore Generalo cum i compagni per la cena » (f. 32v), ora
«... per fare metre uno manegho
a la pignata de ramo ... per fare metre vinte quatri puncti a la teghia, che era
tuta rotta » (ff. 37, 37v), fra Giacomo
Filippo imparava che la perla preziosa di cui parla il vangelo (cf Matteo 13,45-46) si acquista servendo i
fratelli: in semplicità di cuore e là dove ci chiamano le mille complicazioni
del vivere quotidiano. Gesù non è forse un Re operaio? un Signore e Maestro
che lava i piedi ai discepoli? Uno che continua a stare in mezzo a noi come
colui che serve? (cf Marco 6,3; Giovanni 13,5;
Luca 22,27). un
penitente d'eccezione: perché? Il
Borghese, confermato a puntino dall'iconografia coeva, tratteggia così i
lineamenti somatici del beato: longilineo, viso oblungo e sottile, collo
eretto, naso piuttosto lungo, occhi infossati, dita protese, pallore
accentuato, e così macilento che la pelle aderiva alle ossa. In
realtà, fra Giacomo conduceva rigorosa penitenza. Delle sue mortificazioni
corporali troviamo ripetute affermazioni nella vita del Borghese e soprattutto
nelle tre laudi. Dicono, ad esempio, queste ultime: « Penetentia
tanto amasti, / alma sacra, sancta e pia, / che meritaste al tuo fino /
l'alto premio divino... / Tante abstinentie, che
per la natura / portar non se porìa; ma solo Idio /
a quel ch'è giusto e pio / concede gratia, che
sempre sta costante » (p. 95,102). Scendendo
più al minuto, dalle stesse fonti apprendiamo che il beato si contentava
spesso di un solo pasto, con cibo scarso e scadente, fatto di erbe e acqua:
« Vivendo in contemplare, / in abstinentie e displine, / per el corpo
macerare, / poco sera e Ila matinà / cibo volivi piare, / o stella matutina;
/ herbe, acqua tu volivi
... / Le false pompe con le van deliei, / con ciecho mondo, transitorio, infecto,
/ a luy fo in dispecto, /
mangiando per so pasto cibi d'erbe » (p. 95, 106). Al
venerdì, poi, oltre a cibarsi di sole erbe, faceva uso del cilizio: « El cellitio ogni venaro portava ... / E molte volte per non dar chalore / a questa carne pura e benedetta, / tolleva delle herbetta, / e manzava et non altro in quel giorno » (p. 102, 103). Un
regime così rigido doveva impressionare non poco i fratelli della comunità;
le loro preoccupazioni affettuose si traducevano anche in amabili rimproveri:
« Alcune volte i frati el reprendea,
/ vedendo si afflicto e macerato; / e luy più parato a servir Dio e Ha sua Madre pura » (p.
99). Di tanto in tanto era il priore che interveniva per invitarlo a mangiare
di ciò che era preparato per tutti i frati. Allora Giacomo Filippo si rassegnava
a consumare le vivande della mensa comune. Come
già abbiamo fatto a proposito della sua volontà di nascondimento, qui pure è
spontaneo chiedersi perché mai una persona come lui esercitasse la penitenza
fino a quel punto. Dopotutto egli non aveva dei precedenti tenebrosi da
redimere; e si intendeva di cucina, se teniamo conto che da procuratore del
convento faceva provviste d'ogni genere per i pasti.
Qua e là, nella vita del Borghese e nelle tre laudi, troviamo risposte del
seguente tenore. Il beato praticava
intensamente la mortificazione per essere «... più parato / a servir Dio e Ha Madre pura » (p. 102); lo
faceva per favorire la custodia dei sensi, « ... per non dar chalore / a questa carne pura e benedetta » (p. 103); con
questo mezzo intendeva essere più desto alla contemplazione, tanto che egli
sembrava nutrirsi di una sostanza di virtù celeste: « Sempre Idio pensavi /
con tutto el core experto,
/ che la sera non sapivi / se in quel dì mangiato avivi » (p. 96). V'è
certamente una finalità elevata in queste motivazioni. Esse ci dicono quanto
sia necessario stabilire una consonanza armonica tra corpo e spirito, creare
cioè unità in noi stessi, se vogliamo « servire Dio » a imitazione di Maria,
adorando il suo disegno nella complessa varietà della nostra persona. Saremo
così in grado di irraggiare sul cosmo la compostezza interiore del nostro
essere, baciato dal Sole Divino. Allora
preghiera e tecnica si animeranno a vicenda, cuore e macchine cresceranno in
simbiosi. Al
fondo delle suddette dichiarazioni riscopriamo la dottrina evangelica dettata
da Gesù. Egli ci insegna a chiedere il pane quotidiano al Padre celeste; ma
ci avverte anche che non di solo pane vive l'uomo, poiché esiste l'altro cibo
che è la Parola di Dio, la volontà del Padre (ci Matteo 4,4; Giovanni 4,31-34). Ed
eccoci ricondotti per altra via al centro vitale dell'esperienza cristiana.
Non un codice di virtù astratte predica la morale evangelica, bensì la
Persona di Cristo, amata al di sopra di tutto, per tutto ritrovare in lui.
Più che alla vita, all'amore, alla morte, alla risurrezione, noi crediamo a
Cristo, che è la Vita e l'Amore, che è morto ed è risuscitato. Il
b. Giacomo Filippo, che altro si proponeva di ricercare mediante il suo aspro
tirocinio penitenziale? Non tanto la croce, quanto il Crocifisso. Lo
confidava egli in persona, quando qualcuno gli domandava perché al venerdì
portasse il cilizio e mangiasse solo un pò di erbe:
« E pur secreto alcun si 'l domandava / perché 'l facea,
e lui: Figlie, rispoxe, / perché in su la
croxe il tal dì fo morte el
mio Signore » (p. 102). Era,
quello, un altro modo di sperimentare il mistero della croce, che fra
Giacomo Filippo contemplava in profluvio di lacrime durante la Messa. La
passione di Cristo (che è passione del mondo!) si imprimeva nelle sue
membra, secondo l'indicazione di Paolo ai Colossesi
(1,24): «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a
favore del suo corpo che è la Chiesa ». un
vero devoto della Vergine L'eredità
evangelico-mariana che i Servi di Faenza avevano accolto dai loro Padri dei
secoli XIII-XIV, riviveva anche nel b. Giacomo Filippo. La madre di Gesù ebbe
rilevanza singolare nel suo itinerario di conformazione a Cristo. Per
lumeggiare questa dimensione del suo profilo spirituale, ci affideremo a tre
tipi di documenti, tutti a lui contemporanei, vale a dire: le tre laudi più
volte menzionate; un opuscolo autografo di m° Nicolò Ma-netti da Pistoia, e
un atto notarile. a. Le
tre laudi conferiscono un'intonazione spiccatamente mariana all'esperienza
monastica di fra Giacomo Filippo. Non dimentichiamolo: quei versi sono voce
di uno o più frati che vissero col beato; essi, quindi, ci immergono
direttamente nel clima di fervente spiritualità che informava quegli uomini
di Dio. Ancor
prima di venire alla luce — dicono le laudi — il Signore concepì un disegno
di elezione su questo fanciullo: « La providentia
eterna, / che '1 tutto intende e vede, / el mondo, el ciel governa, / ogni cosa antivede, / vide accesa una
lucerna / lustrare in tanta fede / a pie' di Maria
bella, / quasi ardente come stella. / A quella fusti tanto acetto / dalla tua nativitade,
/ da Dio ab eterno electo, / servo pieno de puritade » (p. 94-95). Veramente,
da un estremo all'altro della sua breve giornata terrena, fra Giacomo Filippo
ebbe Maria come suo « governo » (p. 98); verso di lei nutriva rapporti di
intensa familiarità. Cos'era il suo andare e venire sotto le arcate di quei
chiostri? Era un « ... servir Dio e Ila sua Madre pura » (p. 102); anche nell'infermità,
questo era il suo atteggiamento: «... sempre Idio laudando
/ con la sua Madre, d'ogni male ch'avea » (p.
102). Anzi, di lui si può dare questa definizione: « Egli è colui che in
poveretto manto / de Maria, visse in degiuni e in
pianti, / e nelli officij
sancti / consumò i anni e i giorni soy felici » (p. 106). A
renderlo presago della sua partenza da questo mondo, è ancora Maria; lei
scende per raccogliere l'ultimo respiro del suo servo e introdurlo ai gaudi
eterni. Di là, con la beata Vergine, egli diviene intercessore presso il Figlio,
per tutti: «... per lo populo afflicto
/ de Faenza, el contato, e l'altre
gente » (p. 101). Sono
questi i termini evocativi ed affettuosi coi quali è celebrata la maternità
di grazia che Maria esplicò a riguardo di fra Giacomo Filippo, suo figlio, servo
e compartecipe nella gloria celeste. La Vergine si rende attenta e operosa,
perché in ogni istante cresca in noi l'immagine dell'Uomo nuovo, che è il
Figlio suo. b. Un'altra
notizia di carattere devozionale ci mette al corrente di come il beato onorasse
la Vergine, sua Signora. E' un appunto frammisto ad alcune memorie redatte
nel 1497 da m° Nicolò da Pistoia, un noto frate dei Servi del secondo
quattrocento. Egli predicò la quaresima nella chiesa dei Servi a Faenza per
due anni consecutivi (1480, 1481), e fu vicario del convento nel 1481. Ebbene,
in quel suo florilegio di cronaca m° Nicolò attesta di aver ricevuto dal b.
Giacomo Filippo otto formulari di Messe, da celebrarsi lungo la settimana: in
onore dello Spirito Santo (domenica), della Concezione di Maria (lunedì),
della sua Natività (martedì), dell'Annunciazione (mercoledì), del Natale di
Gesù (giovedì), della Purificazione (venerdì), dell'Assunzione (sabato) e
della Trinità (domenica). E l'intenzione dettata per le suddette Messe era la
seguente: «... per chi fusse in grandi affanni, tribulazioni, necessità et fatiche, o per chi fusse incarcerato » (cf Monumenta
O.S.M., t. VII, Bruxelles 1905, p. 186). Si
noti quanto equilibrio di pietà mariana vi sia in questa casuale
comunicazione. I misteri della Vergine (Concezione, Natività, Annunciazione,
Purificazione, Assunzione) sono conglobati in una più vasta sintesi
teologica: lo Spirito Santo, il Natale di Gesù, la Trinità. E il tutto come
servizio all'umanità dolorante, quasi per sollevare a Dio, tramite sua
Madre, il gemito di chi si trova in gravi angustie o per i carcerati. Sempre
così! Guardando alla Madre del suo Signore, la Chiesa intenerisce. La
Vergine non può che ispirare comportamenti degni di quanti si professano
discepoli di Gesù. e.
Una
terza testimonianza è derivata stavolta da un atto notarile del 13 novembre
1480. E' il documento già citato, col quale fra Clemente Lusi, fra Simone
Mattioli e fra Giacomo Filippo ottengono dal vicario generale del vescovo di
Faenza il permesso di costruire una chiesa ad onore della Madonna. Dopo l'intestazione, il notaio prosegue con un
esordio di netta impronta mariana. Potrebbe trattarsi di un formulario-tipo,
che si adoperava in maniera fissa per documenti del medesimo tenore. Ma non è
da escludere l'ipotesi che in quelle righe (secondo una abitudine ampiamente
invalsa nella prassi cancelleresca) siano fedelmente rispecchiati i
sentimenti da cui erano mossi coloro che porgevano la supplica. In tal caso,
assai probabile, l'estensore di quell'atto Nicolò Beroaldi,
notaio della curia vescovile di Bologna) si farebbe portavoce della
spiritualità mariana espressa direttamente da fra Clemente, fra Simone e fra
Giacomo Filippo. Riportiamo
testualmente il brano: « Mentre con devota applicazione ci studiamo di
scrutare i meriti eccelsi ed insigni dei quali — a guisa di stella del mattino
— rifulge la gloriosa Vergine, Madre di Dio, Regina del cielo, assunta alle
sedi superne; e mentre ancora, negli arcani pensieri del cuore, andiamo
considerando che Ella — quale via di misericoria,
madre di grazia, amica della pietà, consolatrice del genere umano — con
orazione assidua e diuturna vigilanza, intercede presso il Re che ha generato
per la salvezza dei fedeli che si sentono oppressi dal peso dei peccati,
stimiamo cosa degna, anzi doverosa, favorire con generosi contributi e
sostenere con ogni genere di favori i luoghi dedicati o da dedicarsi ad
onore del suo nome. Pertanto,
essendo stati informati che voi [fra Clemente, fra Simone e fra Giacomo Filippo],
infiammati come siete dalla devozione verso una Madre sì grande, desiderate
... edificare dalle fondamenta una chiesa sotto il nome di 'santa Maria
Nuova', con le necessarie strutture annesse ... », ecc. ecc. Un
tempio di pietra quei tre religiosi intendevano erigere a santa Maria.
Abbiamo già detto che per l'insorgere di ragionevoli motivazioni (dovute forse
all'aggravarsi della malattia del beato?), quel proposito non ebbe
attuazione. Rimaneva però il mistico tabernacolo che essi già avevano edificato
a Nostra Signora nell'intimo del cuore. così visse la sua morte Fra
Giacomo Filippo non ebbe lunga vita; chiuse infatti i suoi giorni a 29 anni.
Le fonti non precisano quale fosse il male che determinò la sua scomparsa
prematura. Qualcuno ipotizza la tisi, visto che il beato, negli ultimi suoi
anni, faceva uso frequente di carni In
realtà, a partire specialmente dall'estate 1480, quando fra Giacomo Filippo
si ammalò con m° Cosimo da Firenze e fra Matteo da Piacenza, nel registro di
amministrazione circa una ventina di voci riguardano l'acquisto di medicine,
carne di capretto, pollo, perché « ... fra Jacomo Philipo ... essendo infirmizio
... per sua piatanza tollesse
quello che gli paresse ... perché non manzava
quello che faceva li altrj fratj
... non manzava carne grossa ... non manzava cibi quatragesimale
come altre ...» (ff. 72v, 91v,
93\ 107v, 110v). Perfino alla vigilia della morte (24
maggio 1483), il procuratore stende questo appunto: « E più dedi adì 24 a fra Jacomo Filipo jn uno pare de polastre soldi quatre » (f. 118v). Anche
dall'iconografia coeva, specie dal ritratto della nota pala Bertoni (v.
tavola II), il beato appariva ridotto all'estremo deperimento, da lui manifestato
più col viso che a parole. Sospendiamo
ora la diagnosi clinica del suo malore, per addentrarci in quella più
segreta delle disposizioni con le quali egli seppe avviarsi all'incontro con
sorella morte. La biografia del Borghese si diffonde alquanto sui dettagli
della sua fine. Le tre laudi scandiscono a diverse riprese alcune delle
ultime frasi pronunciate dal beato. Soprattutto queste ci serviranno da
epifania del cuore, poiché rivelano senza ombra di dubbio la maturità
evangelica da lui raggiunta. Anche per fra Giacomo Filippo, come per Gesù, la
morte fu l'ora della verità, il momento che illumina a ritroso il senso di
tutto l'itinerario fin lì percorso. Un
primo dettaglio sollecita l'attenzione. A chi gli domandava come stesse, «
bene — rispondeva — perché così vuole il Signore » (p. 84). Non stava però a
letto, ma passeggiava qua e là. Rammenta poi l'autore della seconda laude: «
Quando io vedea quel corpo beato / con gli ochi a terra, sempre contemplando, / sempre Idio laudando / con la sua Madre, d'ogne
male ch'avea... » (p. 102).,E nella prima
leggiamo: « Eri quasi morto, et andavi, / un umbra parivi
certo » (p. 96). «
Perché così vuole il Signore ». Per fra Giacomo Filippo, la morte (e i
segni premonitori che l'accompagnano) fa parte di un disegno divino. Non è
il fato, non è il destino, non è l'assurdo. Non è nemmeno un teschio dalle
occhiaie incavate e spente. Per il credente di vera fede, la morte è ancora
una Persona, cioè il Cristo morto e risorto. Anche il morire di Gesù (benché
frutto di odio e di intrighi politico-religiosi) era un momento essenziale
del progetto riguardante la nostra salvezza. Sul Calvario, i passanti lo
insultavano esclamando: «... Salva te stesso, scendi dalla croce! » (Marco
15,30). Ugualmente, anche i sommi sacerdoti e gli scribi si beffavano di
lui: « Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re
d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo » (Marco 15,31-32),
E quante altre persone, ieri e oggi, per credere, vorrebbero vedere Cristo
schiodarsi dal patibolo! Ma il nostro Dio non è fatto così. Facendosi uomo,
della nostra condizione egli ha voluto condividere perfino la morte. Mai
come lì Gesù divenne « figlio dell'uomo », fratello nostro! Se
tale fu l'epilogo del cammino terreno di Gesù, per noi, suoi discepoli, la
morte sarà l'estremo atto di assimilazione al Maestro. Se Cristo è morto, non
saremo pienamente cristiani se non quando, di Cristo, avremo sperimentato anche il morire: «... diventargli conforme nella morte —
diceva Paolo — con la speranza di
giungere alla risurrezione dai morti » (Filippesi 3,10-11). Questa
brama di essere trovato simile a Cristo in pienezza, traspare anche dai gesti
coi quali fra Giacomo Filippo si congedò dai suoi e dal mondo. Memore del
comandamento lasciato da Gesù nella vigilia della sua passione (Giovanni 13,34:
« Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri »), era suo
desiderio porgere un addio di pace ai confratelli. Il giorno prima di morire
volle scendere in chiesa per cantare con loro il mattutino e celebrare la s.
Messa; la sera li visitò ad uno ad uno, chiedendo loro perdono e preghiere,
perché diceva di prevedere prossima la fine. Il frate che compose la prima
laude conservò un vivido ricordo di quella scena. Egli aggiunge che erano
presenti il babbo e la mamma, e che il beato compiva quell'azione in
ginocchio e in lacrime, come se la Vergine gli avesse preannunziato il
termine dei suoi giorni: « Quando a Dio eterno / piacque darte
morte, / Maria tuo governo / t'anuntiò tal sorte. /
E tu, pien d'amor fraterno, / in genochiun a pianto forte, / a pie el
padre, madre e frati: / Ve prego, me perdonati » (p. 98). Siamo
al mattino del 25 maggio 1483, domenica, festa della ss. Trinità, aurora del
natale di fra Giacomo Filippo al cielo. Egli avvertiva che stava per consumarsi
il proprio olocausto; le energie andavano affievolendosi sempre più. Eppure
chiede ancora una volta di offrire il Divin
Sacrificio: chiaro proposito di volersi identificare al Redentore nel dono di
sé, fino all'estremo! La
prima laude rievoca distintamente quella sua richiesta: « La domenega essendo / della Ternità
sancta, / o padre, tu dicendo: / V sento tutta quanta / mia vita andar
finendo. / La messa par che canta, de! dati-me
un poco loco; / voglio in Dio possarme um poco » (p.
98). Fu
il consiglio paterno di fra Clemente Lusi a dissuadere il confratello
infermo dal celebrare, poiché il male avanzava inesorabile. Egli, allora, si
adagiò sul letto, assistito da fra Simone, al quale pochi giorni prima aveva
confidato di aver visto in coro, durante la notte, le anime dei dannati,
quelle purganti e poi il gaudio del Paradiso. Stando
così reclino, recitava il divino ufficio e baciava spesso il crocifisso, che
teneva accanto: « Giacisti in su la paglia, / chedendo el crucifisso: / Bench'en ti niente vaglia, / Ihesu mio, con el cor fisso / ogni peccato da mi taglia » (p. 98).
Nella strofa qui citata, con tutta verisomiglianza
abbiamo l'eco delle preghiere che fra Giacomo Filippo mormorava a fior di
labbra, nell'imminenza del suo passaggio. «
Non sia turbato il vostro cuore — aveva detto Gesù — Io vado a prepararvi un
posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi
prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io » (Giovanni 14,1.2-3).
Questa promessa del Signore s'irradia come luce che dissolve la tenebra. La
morte si configura come la venuta di Colui che, dopo averci lavati nel
sangue della sua croce, ci porta nella comunione definitiva con Sé. E'
l'incontro della sposa con lo Sposo. A ragione il linguaggio cristiano
sviluppa una psicologia nuziale per significare il nostro esodo da questo
mondo: « E' morto nel bacio del Signore », diciamo. Tale
fu anche l'attesa di fra Giacomo Filippo, quando su quel giaciglio baciava
il Crocifisso e chiedeva a Gesù di mondarlo da ogni colpa, di rivestirlo cioè
dell'abito candido col quale la sposa muove incontro allo Sposo. Degli
istanti conclusivi abbiamo la seguente narrazione. Aveva già riposto il
libro che aveva tra mano, quando verso le tre pomeridiane cadde in deliquio;
ebbe un tremito e abbandonò il capo. Fra Simone, che camminava per la
stanza, accortosi, subito si fa avanti ed ha appena terminato le preci per
la raccomandazione dell'anima, che fra Giacomo Filippo fa ritorno alla
patria celeste: come se la Vergine — commenta l'autore della prima laude —
corteggiata da santi, avesse risposto alla sua ultima invocazione. Allora
fra Giacomo Filippo diventava pienamente uomo! il culto, dal 1484 alla
fine del sec. XVI In
apertura di queste pagine, abbiamo esordito con le copiose testimonianze di culto
tributato a fra Giacomo Filippo immediatamente dopo il suo decesso. Qui
riprendiamo il discorso dal punto in cui l'avevamo interrotto, esattamente
dal primo anniversario della morte (1484), per estenderlo fino al 1594. In
questo arco di anni, il culto al beato prosegue in Faenza e si allarga ad
altre zone del centro e del nord Italia, come risulterà dall'iconografia (cui
dedicheremo il paragrafo successivo). La
domenica 23 maggio 1484, un anno dopo il suo transito, si celebrò la festa
del beato, preceduta da intensi preparativi. Già il giorno 11 è pagato il
trombettiere di Castelfranco per il bando della medesima; secondo gli
Statuti del Comune di Faenza, i trombettieri (banditori o tubatori)
dovevano percorrere a cavallo luoghi già fissati dalla medesima legislazione,
in modo da compiere un giro all'intorno della città. Sono quindi minutamente
ricordate (nel registro domestico) le spese in carta, colori, festoni,
cerotti ..., per adornare la cappella del beato. Per l'affluenza degli ospiti
il procuratore del convento (fra Tommaso da Faenza) fa acquisti abbondanti,
mentre m° Paolo compra nove orcette di terracotta
«... per la festa del beato, per dare a bere a le donne » (f. 146v).
Si trattava forse di un rito sacro, come sarebbe stata in epoca più tardiva
la distribuzione del pane benedetto in onore del beato. La
tomba di fra Giacomo Filippo fu mèta anche di uomini d'arme. Nel 1488 il
conte Girolamo Riario, ritornando da Imola a Forlì
con Caterina Sforza, sua moglie, sostarono
dinanzi alle sacre spoglie, «...
mossi dalla fama di santità, e opere occorrenti alla giornata » (G.C. Tonduzzi, Historia di
Faenza, Faenza 1675, p. 531). Testimone
di questa rapida diffusione del culto al b. Giacomo Filippo è ancora il frate
veneziano dei Servi Gasparino Borro, nei suoi Thiumphi,
Sonetti, Canzon et Laude de la gloriosa Madre di
Dio Vergine Maria, editi a Brescia nel 1498. Al Trionfo Sesto, che ha
per oggetto la visione beatifica, l'autore ricalca lo schema letterario dei
canti 31-33 del «Paradiso » di Dante. Cioè come s. Bernardo conduce
l'Alighieri alla contemplazione delle più alte sfere della gloria eterna,
così il b. Giacomo Filippo guida il Borro a incontrare ciascuno dei Santi e
Beati dell'Ordine dei Servi, che fanno corona alla Vergine in cielo. Del
sec. XVI, ci limitiamo a ricordare un duplice omaggio reso dai Bertoni di
Faenza al beato, loro parente. Il
25 febbraio 1586, i discendenti maschi dal fu Cecco di Oliviero Bertoni della
Cella, fratello di Miserino (padre del b. Giacomo Filippo), si costituirono
davanti al notaio e storico di Faenza Bernardino Azzurrini (1542-1620), in
numero di diciassette, per obbligarsi a rendere in perpetuo speciali atti di
culto verso il beato. Per
la sua festa, ogni anno, ciascuno dei suddetti si impegnava a pagare 40 soldi
bolognesi per comprare: due torce di cera bianca, di quattro libbre
ciascuna; quattro ceri di una libbra ognuno, da far bruciare e ardere sopra
l'altare e davanti alle ossa e reliquie del beato, nella vigilia e nel giorno
anniversario della sua morte; mezzo scudo di farina, per fare del pane da distribuire
in quella giornata fra i parenti del beato; delle piccole candele bianche da
distribuire ai fedeli durante le Messe che si sarebbero celebrate il giorno
dopo la festa, con un ufficio in suffragio di tutti i defunti della sua
parentela. E
dichiaravano di sottoscrivere questi oneri, per lasciare memoria della loro
devozione verso il beato e in ricordo della sua vita santa. Di
una seconda iniziativa intrapresa da parte dei Bertoni della Cella il 17
gennaio 1590, daremo un cenno a p. 75, parlando della traslazione effettuata
il 15 aprile 1594. l'iconografia
primeva (1483-1600 circa) Parallela
al culto, a Faenza e altrove ebbe eccezionale fioritura l'iconografia del
beato, a partire dall'anno stesso della morte. 1.
Da segnalare, nella produzione faentina, l'affresco di Biagio
d'Antonio da Firenze (1483; v. tavola I); poi la nota pala Bertoni,
raffigurante la Madonna in trono col Bambino, tra il b. Giacomo Filippo e S.
Giovanni Evangelista (1484 circa), la cui attribuzione non trova concordi i
critici (v. tavola II, particolare); e in terzo luogo la tela di Gian
Battista Bertucci il giovane (1594), che ritrae la Vergine in trono col
Bambino, tra il b. Giacomo Filippo e santi (v. tavola III, particolare). Ci
sia permesso riferire testualmente l'autorevole giudizio del canonico prof.
Antonio Savioli, attuale direttore della Biblioteca
del Seminario di Faenza, il quale ha studiato l'iconografia locale del
beato. « Si osservi — scrive il Savioli
— il cadaverico profilo del ritratto [della pala Bertoni].
Esso mostra i segni dell'estrema consunzione. Spariti gli accumuli delle
fosse orbitarie, l'impalcatura ossea affiora particolarmente nella regione
zigomatica e nella mandibola. Le mani invece appaiono addolcite dall'arte.
Spicca una costituzione longilinea di forma ectipica,
quasi al limite della patologia. Dal punto di vista biometrico, il cranio
rotondeggiante, tutto scoperto per la tonsura, rivela il tipo chiaramente normocefalo [...]. Le
ipotesi possibili sul marasma finale sono due: tubercolosi o tumore maligno.
Quest'ultima sembra da escludersi, se [...] al malato venivano servite carni
varie per le quali molti cancerosi hanno ripugnanza invincibile. L'aggettivo
' caricaturale ', usato da taluni come qualificativo del ritratto, non è
giusto. Meglio l'espressione ' spietato naturalismo ' di altri, od anche '
ritratto macabro '. Si tenga presente in ogni caso che il pittore intese e riusci, in una solenne impennata espressiva, a fissare nella
materia l'immagine di un angelo in carne. Un
più purificato realismo sembra presiedere al ritratto [di Biagio d'Antonio],
Senza dubbio anche questa immagine è colta dal vero, ma quando il beato era
ancora in salute. L'estrema magrezza non è ancora consunzione. Appaiono tese
le « corde » del collo, evidentissima la tiroide, quasi trasparente la
trachea. La testa è figura degna di un atlante di anatomia. La costituzione
longilinea ha qui la massima evidenza. [...] Non credo si possa seriamente
dubitare della « realtà » del ritratto, non solo nel senso generico di
ispirazione, ma nel senso specifico di
resa precisa e totale dell'individualità del beato [...].
L'iconografia faentina si ricollega a questo ritratto con poche eccezioni,
le quali, peraltro, sono delle creazioni libere. Il Bertucci, ponendo il
beato alla destra della Vergine, forse per obbligazioni di contratto,
dovette ruotare la testa per riportare la figura nella posizione del
prototipo [...]. Se
queste considerazioni sono giuste, come ritengo, l'immagine ' prior et vetustior ' [ = prima
e più antica] sarebbe quella affrescata da Biagio d'Antonio da Firenze » (A. Savioli, L'iconografia del beato Giacomo Filippo
Bertoni da Faenza, in Studi Storici O.S.M. 9 [1959], p. 72-74). 2.
Nell'ambiente extrafaentino, Bartolomeo
della Gatta dipinge il beato intorno al 1486, per la chiesa di S. Pier
Piccolo d'Arezzo, officiata dai Servi. Fra
i nielli di cui i religiosi della ss. Annunziata di Firenze ornarono la bolla
« Mare Magnum », concessa da Innocenzo Vili dall'Ordine il 27 maggio 1487,
uno rappresentata il b. Giacomo Filippo. Notevole
a Pavia, il trittico della chiesa dei ss. Primo e Feliciano, datato al 4
aprile 1498, con la Vergine, il beato e s. Giovanni Battista. L'opera fu
commessa ad Agostino di Vaprio da Giovanni Ambrogio « de Podio », guarito
miracolosamente da malattia mortale il 9 settembre 1496, per intercessione
del beato. Da
Siena, il p. Filippo Montebuoni Buondelmonti, con
lettera del 13 dicembre 1622, notificava al p. Gregorio Alasia
(storico dei Servi) che nell'altare del loro capitolo esisteva una tavola «
antichissima » del b. Giacomo Filippo. Essa lo raffigurava «... con tre corone
d'oro, una in capo, l'altra sopra la spalla destra con il motto " Obedientia ", la 3a sopra la spalla sinistra
con il motto " Virginitas '. E' scalzo, et ha
sotto i piedi il Demonio; nelle mani, le quali tien
congiunte palma a palma, si vede una croce rossa [...]. Era secco assai, e
senza barba, e più tosto giallo, et pallido. Questa figura stava in chiesa
nostra [s. Maria dei Servi] in grandissima veneratione,
et io ho veduto alcune tavolette di persone che votatesi a lui hanno
ottenuto la gratia: [...]. La gratia
per i suoi meriti concessa fu il rendere la sanità a una donna gravemente
inferma ... (cf. Arch. Gen. O.S.M.,Roma,
sez. Annalistica Collec-tanea Alasia, f. 44v, ms.). i
processi canonici Il
processo diocesano per l'approvazione del culto ebbe inizio il 30 marzo 1757.
Il vescovo di Faenza, mons. Antonio Cantoni, emise
la sentenza favorevole il 1° aprile 1758, ratificata poi dalla s.
Congregazione dei Riti il 13 settembre 1760. Lo stesso s. Dicastero, con
decreto del 21 luglio 1761, riconosceva il culto prestato da tempo
immemorabile. Clemente XIII confermava la sentenza il giorno appresso
iscrivendo ufficialmente Giacomo Filippo al catalogo dei beati. La
notizia giunse a Faenza il 26 luglio, e fu comunicata alla cittadinanza alle
ore 22. Essa fu accolta col suono delle campane di tutte le chiese e con lo
sparo delle artiglierie. La mattina del 27, il Vescovo celebrò all'altare
del beato, e seguì poi la Messa in musica. La sera fu cantato solennemente
il « Te Deum »; mons.
Cantoni impartì la benedizione con l'intervento del Podestà e di numerosi
fedeli. Il
14 luglio 1762, il Consiglio comunale di Faenza annoverò il novello beato
tra i santi protettori della città. Dal
giorno 17 al 20 dello stesso mese, nella chiesa dei Servi si celebrò un
triduo solennissimo per commemorare il primo anniversario della
beatificazione. Fra i suonatori convenuti, vi era il celebre Luigi Boccherini (1743-1805), allora giovanissimo. Racconta il
cronista di quel tempo Carlo Zanelli, che dà un resoconto diffuso di quelle
celebrazioni: « A dì 18 luglio 1762, primo giorno del triduo, cantò Messa
monsignor Vescovo Cantoni con musica forestiera, essendovi venti violini, due
obboe, e corni da caccia, tre violoncelli, et
altrettanti contrabassi, e in tutti fra' Musici, e Suonatori erano in numero
di cinquantadue ed il Sig.r Luigi Boccarini di Livorno si distinse con un bellissimo
concerto a Violoncello, e nel suonare vicino al Scandio li faceva fare Flauti
e Trombe marine tutto perfettamente, e con gran pulizia di modo che tutto il
Popolo sì Forestiero, che Faentino ne rimase molto sodisfatto in udire un Giovine
di anni diecinove suonare in tal maniera » (C.
Zanelli, Libro di varie notizie e successi della città di Faenza rincipiato dall'anno 1700 ..., ms. 23 della donazione
Zauli Naldi alla Biblioteca comunale di Faenza, p. 465-466). Il triduo fu concluso il giorno 20 col massimo splendore.
Furono suonate tutte le campane della città e si spararono duemila
mortaretti. Parteciparono alla festa il Vescovo col Capitolo, il Magistrato
e mons. Francesco Maria Colombani, Vescovo di
Bertinoro.
vicende
delle sacre spoglie La
prima tumulazione del beato avvenne agli inizi del giugno 1483, nella
cappella di s. Giovanni Evangelista, che era di proprietà dei Manfredi,
Signori di Faenza. In segno di ossequio verso il beato, Galeotto la donò ai
Bertoni, cedendo tutti i suoi diritti sulla medesima. Dodici
anni più tardi — 17, secondo il cronista faentino Bernardino Azzurrini
(1542-1620) — il sacro corpo fu trasferito in un'arca, sul lato destro della
stessa cappella, a spese di Giacomo Moni. Il 15
aprile 1594 fu deposto sotto l'altare, in un cofano di marmo. Promossero
quest'ultima traslazione i discendenti del ramo della famiglia Bertoni delle
Celle, che sostennero le spese per la decorazione della cappella e del sarcofago;
commisero inoltre, con atto del 17 febbraio 1590, la pala d'altare a Gian
Battista Bertucci il giovane, che la eseguì nel 1594. Dal
1726 al 1735 si procedette alla trasformazione totale dell'antica chiesa
trecentesca. Proseguirono quindi i lavori di rifinitura parziale
all'interno. Il corpo del beato, che dal 19 maggio 1731 era stato custodito
in sagrestia, fu restituito alla sua sede nell'agosto 1739, con grandi
festeggiamenti. La decorazione della cappella a lui dedicata e la
costruzione del nuovo altare sotto il quale fu sistemata l'urna sepolcrale,
erano state condotte a termine nel 1736, a spese del canonico Girolamo
Bertoni, il quale intese onorare in tal modo il protettore della sua
famiglia gentilizia. Da
quella data in avanti, le sacre reliquie furono oggetto di ricognizione nel
1835 e nel 1905 (cf. Il Piccolo, Faenza, n.
44, 29 ottobre 1905, p. 1). Nuove
e più radicali peripezie determinarono invece gli eventi della seconda
guerra mondiale. L'esercito inglese, conquistata Forlì il 9 novembre 1944,
muoveva lentamente verso Faenza. I tedeschi, col pretesto di togliere loro
la direzione di marcia sulla via Emilia, minarono il campanile dei Servi, che
era il più alto della città. Il 17 novembre, alle ore 11, dati alcuni tocchi
di campana, lo fecero saltare con uno scoppio terrificante e fra il rombo
degli aerei alleati che bombardavano la vicina zona del ponte. Il crollo
della torre campanaria uccise molte persone che, ignare dell'operazione
bellica, vi si erano raccolte. Il cumulo di macerie, abbattendosi al suolo,
sventrò la parte absidale della chiesa, che rimase poi chiusa al culto. Riferisce
il canonico Walter Ferretti: « Alcuni soldati alleati occupanti penetrati in
essa furono visti nella notte dal 4 al 5 Marzo 1945 frugare tra le alte
macerie, alla luce di pile, muniti di bastoni; ad essi probabilmente si deve
la manomissione dell'urna del beato Giacomo Filippo Bertoni, che fino a quel
giorno nonostante il crollo del campanile minato dai tedeschi in fuga,
fortunatamente era rimasta illesa sotto il suo altare e cioè quello a nord-est.
Fatto sta che il 5 marzo si trovò il cristallo rotto e le ossa rovesciate
fuori; il teschio poi trovato al centro della chiesa sulle macerie. Le ossa
svestite dallo scapolare nero, fuori della retina bianca, seminate sui
gradini dell'altare; una costola più distante. Il tutto fu piamente raccolto
e il 16 marzo portato in luogo sicuro, in sacristia, avvolto in robusta
tenda, e chiuso a chiave in un armadietto. La sera dell’8 marzo l'Autorità
diocesana, avvertita, si premurò di far ricercare tra le macerie per trovare
eventuali resti, con esito negativo » (W. Ferretti, Stato attuale delle
ss. Ossa del Beato Giacomo Filippo Bertoni, in Studi Storici O.S.M. 8
[1958], p. 171). Ricomposto
quindi a cura della medesima autorità, il sacro corpo fu trasferito nella
cattedrale di Faenza, sull'altare di s. Cario Borromeo, il terzo a sinistra
di chi entra dalla porta principale. E qui riposa tutt'ora. La
festa liturgica si celebra il 30 maggio nell'Ordine dei Servi, e il 25 nella
diocesi faentina. |
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Nota
bibliografica Per
le referenze minute sulle fonti delle notizie qui condensate, si potranno
consultare i seguenti scritti, ove l'argomento è trattato in maniera più
diffusa. Li citiamo in ordine cronologico. Fiori Agostino, Vita del Beato Giacomo
Filippo Bertoni, Faenza 1713. Trebbi Lottaringo
Prospero O.S.M., Vita del b. Giacomo Filippo Bertoni, Bologna 1867. Lanzoni Francesco, Un nuovo documento
sopra il Beato Giacomo Filippo Bertoni, in Bollettino Diocesano di
Faenza, maggio 1914, p. 84-86. Ferretti Walter, Stato attuale delle ss.
Ossa del Beato Giacomo Filippo Bertoni, in Studi Storici O.S.M. 8
(1957-58), p. 171-173. Savioli
Antonio, L'iconografia del Beato Giacomo Filippo Bertoni da Faenza, in
Studi Storici O.S.M. 9 (1959), p. 64-76, con 17 tavole. Serra Aristide O.S.M., Nicolò Borghese
(1432-1500) e i suoi scritti agiografici servitani, Roma 1966 (collana « Scrinium historiale », n. 6,
edita dall'Istituto Storico O.S.M., viale Trenta Aprile, 6 -Roma). Questa
ricerca, senza l'appendice documentaria, è pubblicata anche in Studi
Storici O.S.M. 14 (1964), p. 72-230. Serra Aristide O.S.M., Santorale antico
dei Servi della provincia di Romagna, Bologna 1967 (« Bibliotheca Servorum Romandiolae », n. 2, edita dal Centro di Studi O.S.M.),
p. 69-104, 120-136. Parente Maria, Inventario del fondo
archivistico del convento dei Servi di
Maria in Faenza, in Studi
Storici O.S.M. 23 (1973), p. 245-265. Mazzotti Carlo - Corbara Antonio, S.
Maria dei Servi di Faenza, parrocchiale
dei ss. Filippo e Giacomo, Faenza 1975, p. 9-52, 118425, 134-137,
151-152. |