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Vita del beato Giacomo Filippo da Faenza
di Nicolò Borghese |
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Lettera di Nicolò Borghese a fra Taddeo d'Arezzo, priore
del convento di Faenza. Reverendo padre e priore,
partiti da Siena mia patria, il tuo confratello Domenico del contado Bergamasco
ed io, eravamo giunti a Faenza con la speranza che Dio, effondendo la sua
grazia, per i meriti del beato Giacomo Filippo mi liberasse da una penosa
malattia, di cui gravemente soffrivo già nel passato. Tu, data la tua somma
cortesia, appena saputo del nostro arrivo, sei venuto all'albergo nel quale
eravamo e ci hai invitati ambedue a quel sacro convento abitato dal beato
per molti anni: di tutto questo, per molti motivi, nulla avrebbe potuto
essere per noi più
gradito e adatto. Ivi, su tua richiesta, accettai di scrivere la vita di
Giacomo Filippo, e fosti del parere anche di tramandare ai posteri i numerosi
miracoli per i quali egli risplendeva continuamente; pure tu non dubitasti di
affidarmi questo compito. Senza dubbio più volentieri avrei accolto la tua
volontà, se mi fossi riconosciuto all'altezza del compito affidatomi. Infatti
chi potrebbe rendere con la penna la santità di un tale uomo e i tanti
prodigi elargiti dal cielo? Io, inoltre, sofferente per un gravissimo malanno
psichico, se pure con fatica e veglie raggiunsi già eleganza di stile,
allora non mi sentivo capace di tutto ciò; e se il divo Giacomo Filippo non
avesse guidato il mio dire, non sarei stato capace di compiere ciò che mi hai
ordinato di fare. Nell'eseguire questo compito, inoltre, non
mi è mancato né l'aiuto né l'ingegno
del nostro Giusto Zuccoli, cittadino faentino. Per quanto riguarda la
vita, perché fosse
manifesta la sua indole, molto ho ricavato dagli stessi confratelli, che
vivevano giorno e notte con lui. Cosi pure dal suo babbo cercai di conoscere
il comportamento del fanciullo; egli, il padre, per l'aspetto e le parole, è
giudicato da tutti uomo semplice ed onesto. D'altro canto per i
miracoli registrai soltanto quelli che recano la testimonianza diretta delle
migliaia di persone assiepate nella chiesa dei Servi della beata Maria
vergine. Molte persone, da molte e varie città e paesi, hanno sperimentato in precedenza e sperimentano
ogni giorno l'invocata generosità del beato Giacomo Filippo: di esse io non
faccio parola alcuna. Ricevi dunque, o padre
esimio, la vita redatta assieme ai miracoli del tuo confratello. Nulla hai
tralasciato in questa occasione che possa riguardare la manifestazione
della generosità
di Dio e la testimonianza dei meriti del beato Giacomo Filippo. Ricevi, nello
stesso tempo, la mia disponibilità, che sempre troverai pronta ai tuoi
desideri. Stai bene. Vita
del beato Giacomo Filippo da Faenza. 1. Giacomo Filippo nacque
a Faenza da genitori virtuosi e di modesta condizione. Il padre fu Miserino
dalla Cella, la madre Domenica. Prima di abbracciare lo stato religioso, si
chiamava Andrea. Colpito da epilessia all'età di due anni, il padre ne implorò la guarigione facendo
voto di offrirlo al Signore come frate, se fosse guarito. Andrea già da bambino
frequentava assiduamente le chiese; non si trastullava con sollazzi e giochi,
propri dei fanciulli. Di carattere fu oltremodo timido e taciturno, bramoso
della solitudine. 2. All'età di circa nove anni, il padre —
per sciogliere il voto — lo aggregò all'Ordine dei Servi della beata Vergine
Maria. Rinato nello spirito e nel nome, fu chiamato fra Giacomo Filippo.
Giovinetto appena, si distingueva per obbedienza e osservanza non comune
della Regola. Adulto, spesso si esercitava in digiuni e veglie. Con ogni
cura, poi, si applicava agli insegnamenti evangelici e alla sacra Scrittura.
E sembrava trarre nutrimento dalla lettura assidua delle vite dei Padri e
dagli esempi di castità, obbedienza, umiltà dei Santi. Da giovane si impegnò
talmente negli studi letterari, da riuscire a comprendere con spedita
esattezza le opere di autori cristiani e di quelli più noti fra i latini.
Conosceva perfettamente le cerimonie rituali della Chiesa e del suo Ordine,
e le rubriche dei sacri riti della liturgia: e le eseguiva accuratamente. 3. Ricoprì alcuni incarichi con piena
soddisfazione dei confratelli. Era infatti di carattere affabile, mansueto e
servizievole. Mai fu visto imbronciarsi o adirarsi. Con animo molto sereno
sopportava le ingiurie, qualora ne ricevesse; lui non offendeva alcuno. Mai
dalle sue labbra uscirono parole non solo sconvenienti, ma neppure inutili;
se gli accadeva di udire in conversazione parole disdicevoli, correggeva
l'importuno scurandosi subito il volto, e dopo breve ammonizione si
allontanava. 4. Promosso al sacerdozio,
nessuno lo superava nel celebrare la messa — con lacrime copiose — per devozione e venerazione;
nessuno contemplava più profondamente — quando teneva il corpo di Cristo tra
le mani — il mistero della croce. Fu nemico dichiarato dell'ozio, che
chiamava ricettacolo di ogni vizio. Era sempre presente al canto e alla preghiera
corale della comunità; il resto del tempo lo trascorreva in camera occupato
nella preghiera e nella lettura; ricreava talora la mente tessendo o
intarsiando: sempre in qualche cosa operoso. Passeggiava per lo più da solo e meditava nei corridoi:
procedeva con atteggiamento dimesso. Ardentemente desiderava leggere sia i
libri sacri sia le opere del beato Girolamo — e con assiduità particolare il
libretto sulla morte di Girolamo. Ormai meditava soltanto pensieri celesti e
si saziava più con il cibo delle cose spirituali che con
quello terreno: tanto che mangiava quasi una sola volta al giorno,
accontentandosi di poco cibo scadente; sollecitato però dal superiore, consumava le vivande
preparate per la comunità. Il venerdì, poi, in memoria della passione del
Signore — indossato il cilicio — si nutriva soltanto di erbe. 5. Nient'altro rifuggiva
quanto la lode: ai nostri giorni è apparso straordinario che egli cercasse in ogni modo di
celare opere buone e singolarissime virtù. Benché fosse stimato da tutti
buono e retto, fu tuttavia apprezzato assai più da Dio che dagli uomini. Sull'esempio
del Salvatore, volle infatti essere schernito e disprezzato dagli uomini: in
cuor suo nulla più ardentemente desiderava che di piacere unicamente a Dio,
suo padre e creatore, e di seguire il cammino del nostro Redentore. Pertanto
ogni sua industria era rivolta alle ricchezze incorruttibili e tanto aveva
fissato la mente nelle cose celesti da bramare soltanto le gioie della vita
immortale. 6. Avvicinandosi
agli ultimi giorni della vita, cadde infermo: manifestando il suo
stato più con
l'aspetto che a parole. A chi gli
chiedeva come stesse « bene — rispondeva — perché così vuole il
Signore ». Né impazienza né rammarico si ritrovò in lui nel
tollerare e la morte e ogni altra sofferenza. Infermo, non giaceva a letto ma
si aggirava qua e là. Il giorno prima di morire fu presente assieme agli
altri confratelli in chiesa per cantare il mattutino; il giorno avanti aveva
celebrato anche la messa. 7. Era suo grande
confidente fra Simone Mattioli, faentino — uomo modestissimo e retto — il quale per molti anni fu
suo compagno di camera e di giaciglio. Fra Giacomo Filippo, alcuni giorni
prima di morire, chiamato presso di sé fra Simone manifestò a lui la visione
che aveva avuto nella quiete del coro: i tormenti perpetui dei dannati, le sofferenze
fiduciose del purgatorio, la lieta gloria del paradiso. 8. La sera precedente al
suo transito visitò
i confratelli ad uno ad uno, chiedendo umilmente il loro perdono e il
ricordo della sua anima nelle preghiere a Dio — nel giorno seguente — perché
diceva di prevedere prossima la fine. Il giorno appresso — l'ultimo —
pensava di poter ancora celebrare la messa, ma gli fu impedito per la grave
malattia da fra Clemente — che sempre aveva stimato come un padre. Adagiatosi
un pochino sul letto, leggeva l'abituale ufficio divino e spesso baciava un
crocifisso che teneva vicino. Aveva già riposto il libro che teneva in mano
quando fu visto cadere in deliquio e, assalito da un tremore, reclinare il
capo. Il suo confratello Simone, che camminava per la stanza, ciò vedendo
subito accorse; e non aveva ancora terminato le preci per la raccomandazione
dell'anima che l'uomo santo — a ventinove anni — già aveva fatto ritorno
alla patria celeste. Era il 25 maggio, giorno di domenica e si celebrava la
festa della ss. Trinità. Di statura superiore alla
media, era così
macilento che la pelle aderiva alle ossa; il volto oblungo e sottile, il
naso piuttosto lungo, gli occhi infossati, il collo eretto, le dita lunghe,
accentuato il pallore. 9. Dopo che fu spirato, il suo cadavere — secondo l'usanza — venne lavato
dai confratelli; e da scabbioso e piagato che era divenuto per la malattia e
per la vita austera, fu trovato completamente sano. Di ciò si meravigliarono
molto i confratelli. Rivestito poi dell'abito religioso, lo trasferirono in
luogo apposito e pregarono secondo la regola. Frattanto, divulgatasi la notizia
della morte di questo frate, accorse il popolo di Faenza. 10. Ginevra, donna faentina,
da tre anni soffriva al ginocchio destro. Fervente per devozione e fede, si
accosta al defunto esposto e mette la mano di lui sul ginocchio infermo. Subito,
piangendo per la gioia, di fronte a tutti dichiara che è perfettamente guarita. 11. Nonostante i miracoli,
portano il cadavere presso la tomba che si apre nel coro per la sepoltura.
Mentre un predicatore tesse l'orazione funebre, mentre stanno per avere inizio
le esequie — crescendo
la fama — accorre da ogni parte il popolo di Faenza alla chiesa e
concordemente protesta che non deve essere sepolto. Nel frattempo alcuni dei
presenti, che cercano conforto presso il corpo beato, sono sanati, cosicché
tutti convengono di lasciarlo sul feretro. 12. Lo stesso giorno nel
quale moriva il beato Giacomo Filippo, Galeotto Manfredi, principe illustre
e signore di Faenza —
uomo profondamente cristiano ed estimatore del beato — spinto dalla fama dei
miracoli si
reca alla chiesa, indaga e si accerta che le voci diffuse corrispondono
a verità: giudica e
stabilisce che solenni onoranze siano rese al corpo glorioso. Questo, in seguito,
rifulse di così
grandi e numerosi miracoli, che ognuno può facilmente rendesi conto quanto
egli fu gradito al sommo Dio mentre era in vita; infatti il corpo esanime
ogni giorno è nobilitato e reso glorioso da prodigi divini. 13. Ognuno può imitare la vita di quest'uomo,
che — strappati dal suo cuore e affanni e malizia — meritò la gloria interminabile del paradiso per il nascondimento
delle sue azioni devote e sante; per le quali fu in terra decorato del grande
splendore dei miracoli. Il nostro Redentore guarda
compiaciuto verginità,
umiltà, pazienza, carità: segreti di un cuore fervoroso, nei quali si
distinse grandemente il beato Giacomo Filippo — del quale in maniera
disadorna abbiamo narrato la vita. Rendiamo grazie a Dio. [segue la narrazione di 62
miracoli] Miracoli del beato
Giacomo Filippo da Faenza operati lo stesso
giorno della sua morte. 1483, maggio 25.
1.
Ginevra, cittadina di Faenza, moglie
di Zuccarino di Gaspare, per tre interminabili anni
era stata talmente sofferente per un gonfiore al ginocchio destro che non poteva
trovare requie. Piena di speranza si porta presso il corpo beato e presa la
di lui mano l'accosta al ginocchio infermo. Subito sentì che ogni dolore era scomparso;
e afferma che non si è più ripetuto. Memore della grazia, ogni giorno
debitamente ringrazia il beato. 2. Paolo Cavina faentino, storpio e ammalato, nel giorno che il
beato Giacomo Filippo lasciò
questo mondo, con l'aiuto di stampelle si recò presso il corpo del beato
implorando con alti clamori misericordia: si eresse sulle gambe e si trovò
del tutto sano, lui che per molti anni aveva sofferto quella menomazione.
Subito offrì le stampelle che adoperava alla cappella del beato Giacomo
Filippo, come testimonianza della recuperata guarigione. Grato per il dono
ricevuto, si mise poi a servire con cura e ardente amore i visitatori e i
sofferenti. 3. Sparsasi la fama di
questi due miracoli, da ogni parte affluiscono i Faentini alla chiesa detta
Santa Maria dei Servi, dove il corpo glorioso del beato Giacomo Filippo giaceva
supino e a tutti visibile. Francesco Aluctario,
nativo della città
di Granarolo, piangendo chiese di essere condotto colà, dato che era sulla
sessantina ed aveva le gambe tumefatte ed il corpo malato, tanto da essere
ridotto quasi alla totale immobilità. Trasportato presso il venerando corpo,
mosso da grandissima speranza, toccò il corpo e fu esaudito: guarì
completamente dalla vecchia infermità. Ringraziando Dio, cominciò a camminare
con le proprie gambe davanti agli occhi di migliaia di persone. Come testimonianza
della grazia ricevuta sospese davanti all'altare del beato le grucce di
legno. 4. Il bimbo Giuliano, di
cinque anni, dal babbo Filippo Spada da Valle Lamone
fu condotto presso il corpo venerabile. Egli era cieco nell'occhio sinistro a
causa di un grumo e di emorragie. Il babbo, con grande devozione e speranza,
afferrò la mano destra del beato e
l'accostò all'occhio offeso del figlio. Immediatamente l'occhio del
fanciullo fu libero da ogni malanno e con gioia irrefrenabile egli disse di
aver riacquistato la vista. Poiché dubitavano i presenti, si provvide
affinché bendato l'occhio destro del bambino e lasciato aperto il sinistro
egli si recasse a prendere una candela accesa sull'altare. Avendo eseguito
tutto ciò bene e con disinvoltura e guardando col solo occhio sinistro la
folla attorno, tutta la moltitudine, ammirando la somma bontà di Dio, rese
grandissime grazie al servo di Dio (Giacomo Filippo). 5. Menghino
Ravaglia per un colpo apoplettico aveva il lato sinistro paralizzato e in più aveva un'ernia. A causa delle
membra del lato sinistro paralizzato e del dolore dell'ernia era preso da
grande disgusto della vita, da sembrare più morto che vivo. Dai molti sfolgoranti
miracoli operati dal beato Giacomo Filippo egli concepisce una ferma
speranza. Perciò con grandissima devozione si appressa al suo corpo, con
grande fatica poiché era infermo e settantenne. Rivolge preghiere le più
umili alle sante reliquie perché possa guarire da così grave infermità Egli
fu giudicato degno della grazia del beato Giacomo Filippo, tanto da essere
liberato dalla duplice malattia. Abbandonati dunque i bastoni, con l'aiuto
dei quali era venuto ad intercedere la grazia, e appesili sopra l'altare del
beato Giacomo Filippo, glorificando Dio, sano e lieto se ne tornò a casa. 6. Lena Pasolini, vedova
sessantenne, languiva a causa di gonfiori alle gambe e al corpo. Resa degna
di toccare le sacre reliquie, subito riacquistò la sanità e cominciò a camminare con le proprie gambe,
mentre prima non poteva muoversi. Ella, rese lodi a Dio, lieta se ne andò 7. Il cavaliere Nicolò Borghese, colui che narrò la
vita e i miracoli del beato Giacomo Filippo, fu afflitto da nera bile e da
maligno spirito. Mosso dalla speranza della futura guarigione, per voto viene
a Faenza, si raccomanda umilmente al beato per riacquistare la salute. Per
alcuni giorni egli si trattenne a
Faenza senza ottenere la grazia. Essendo ospite presso il convento
di s. Maria dei Servi, dove quel vero servo di Dio aveva dimorato, persuaso
dal priore della stessa chiesa, scrisse la vita di questo sant'uomo e i
prodigi concessi dall'alto, come sopra si è narrato. Poi se ne andò, non guarito ma migliorato. Ritornato a Siena, sua
patria, subito guarì
del tutto, tanto da essere persuaso che tale grazie chiesta con voto l'aveva
ottenuta per i meriti e le preghiere del beato Giacomo Filippo. Per rendere
le dovute grazie di nuovo, a piedi, si recò a Faenza. (traduzione di Pacifico
M. Branchesi |