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P. TITO M. SARTORI  O.S.M.

 

DINO-BERNARDINO PICCINELLI

Volto pieno di luce, di gioia, di semplicità

 

 

 

I.   la vita

 1.- Infanzia e fanciullezza (1905-1917)

 

Da Agostino e Adalgisa Marsigli il 24 gennaio 1905  nacque, a Madonna dei Fornelli, Comune di San Benedetto Val di Sambro (BO), Dino Piccinelli.

Delle vicende che riguardano i primi anni della sua vita, possediamo un racconto dettagliato scritto da lui stesso nel 1943, entro lo spazio di poche pagine. Apprendiamo così che prima di lui avevano visto la luce due sorelle, Caterina e Rosina, e, dopo di lui, un fratello, Leonardo (chiamato familiarmente Nello). Rimasto orfano del padre nel 1906, in seguito al matrimonio della mamma con Giuseppe Laffi nel 1909, nacquero altre due sorelle: Clara e Marcellina.

Di queste quattro sorelle due entrarono tra le Suore Mantellate Serve di Maria di Pistoia: Rosina, che prese il nome di sr. Lelia; e Clara, con il nome di sr. Adelia. Gli altri tre, Nello, Caterina e Marcellina, si sposarono. La più giovane, Marcellina, morì di parto a soli 28 anni. Anche sr Adelia morì precocemente, nel 1937.

I quattro sopravissuti: P. Bernardino, Nello, Caterina e sr. Lelia, furono legati da un profondo, reciproco affetto tanto da ritrovarsi ogni anno a Madonna dei Fornelli per trascorrere, insieme a P. Bernardino, le ferie estive. Ma con queste notizie siamo andati troppo avanti.

Torniamo al 1906. Rimasta vedova, la mamma, analfabeta, con a carico ben due figli di pochi mesi, non pensò nemmeno lontanamente di accasarsi di nuovo. Sostenuta dalla vicinanza della casa paterna e con i pochi mezzi lasciati in eredità dal marito, cercò di tirare avanti. Le preoccupazioni erano tante e Dino, riandando, in anni più tardi, a quell’epoca triste, rivedeva la mamma così: «ci adunava attorno a sé, inginocchiata per terra e appoggiata a una seggiola, io le stavo vicino vicino e ripetevo, guardandola: “Ave Maria tu Jesu. Santa Maria striamen”».

Alla fine, per sottrarsi all’avidità dei parenti e per dare un futuro sicuro ai figli, nel 1909 scelse di maritarsi con Giuseppe Laffi.

 Dino allora aveva quattro anni. Bisognava pensare anche alla sua formazione culturale. Nel piccolo borgo di Madonna dei Fornelli non c’era alcun edificio scolastico, che invece era ubicato a Cedrecchia, raggiungibile salendo dai 798 metri di Madonna agli 862 s.l.m. di detto paesino. Trattandosi di montagna a frapporre ulteriori ostacoli c’erano pure la neve, la pioggia, il vento. Tutte difficoltà trascurabili per ragazzi pieni di vita. Per tre anni Dino si portò in detto edificio scolastico per frequentare una pluriclasse, come accadeva di solito nelle località montane con popolazione ridotta.

In quel tratto di tempo egli frequentò il catechismo in preparazione sia alla Prima Comunione nella parrocchia di San Benedetto Val di Sambro (9 giugno 1912), sia alla Cresima (21 settembre 1913). Nel diario racconta dei particolari curiosi concernenti il primo dei due avvenimenti: «Che volete, andar alla dottrina significava far quasi quattro chilometri: poi esser allineati su due file di panche e in fondo in fondo l’arciprete buono e vecchio con una lunga canna in mano. Per di più parlava in italiano e noi si prendevano i granchi grossi, come allora che disse: “si rompe il digiuno anche con una goccia e io pensavo ad un ago, perché così si chiamava questo in dialetto».

Quando, scoppiata la guerra il 24 maggio 1915, papà Laffi dovette scendere a Bologna per guadagnarsi il pane, dovette seguirlo pure la famiglia. Spostarsi nella città felsinea significava, per Dino, frequentare altre scuole. Si presentò all’insegnante di Cedrecchia per poter avere la pagella richiesta per l’iscrizione al corso successivo. Dall’insegnante ricevette l’autorizzazione a frequentare la terza elementare. A dire la verità, non c’era affatto corrispondenza tra studi compiuti e classe assegnata. Tutto ciò apparve immediatamente all’insegnante di Bologna, ma la bontà di mamma e la generosità dell’insegnante bolognese, molto religiosa, consentirono a Dino non solo di frequentare positivamente la terza elementare, ma anche di venire promosso alla successiva nel giugno 1916.

Durante l’estate, lo zio chiamato sotto le armi, fr. Anselmo M. Marsigli, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, (sarà ordinato sacerdote il 5 settembre 1920), venne in licenza a Bologna per salutare la sorella. Dino abitava vicino alla chiesa di S. Maria dei Servi e lo zio, sapendo della necessità che vi fossero dei chierichetti per rispondere alle messe dei tanti soldati sacerdoti che frequentavano detta chiesa, pregò Dino di dare loro una mano. Dino lo fece talmente volentieri, che nel corso della quarta elementare l’insegnante, un brav’uomo ligio ai propri doveri, gli rimprovererà di trascurare per tale motivo gli studi.

Aveva ragione l’insegnante, perché Dino, a contatto con i frati, decise di aggregarsi a loro: «Nel 1917 avevo finito la quarta e passato senz’esame. Bisognava poter aver il consenso dal molto reverendo padre provinciale, allora padre Amadio Maria Brugnoli, per entrare in collegino. Si era ancora in guerra ed egli tentennava. A settembre lo fermai al [confessionale] numero 1 e gli chiedo: “Padre, mi prende?”. “Ma hai pensato che ci sono i digiuni, l’obbedienza, lo studio?”. “Sì, ci ho pensato. Lo so. Mi prende?”. “Ora ancora non so. Domenica è la festa dell’Addolorata. Prega. Alla Messa sentirò cosa m’ispirerà la Madonna”. Attesi con ansia quel giorno e dopo la sua Messa chiesi subito: “Che cosa le ha detto la Madonna?”. “Che ti prenda”. Battei le mani, le strusciai insieme: “Che bellezza!” esclamai. A mezzogiorno portai la gran notizia a casa. La mamma e la sorella Caterina si misero d’attorno a prepararmi il corredo».

 

2.- La  formazione  religiosa (1917-1928)

 

Adempiute le condizioni preliminari richieste, il 13 ottobre 1917 Dino Piccinelli entra nel collegio di Montefano (MC). È lui stesso che narra i particolari della partenza: “Quando partii da casa, la mamma mi accompagnò al treno, senza una lacrima. Ma tornando a casa, fu tutto un pianto. La rividi dopo quattro anni”. Quando seppe Dino delle lacrime materne? Non lo sappiamo; probabilmente prima che scadessero quei quattro anni. Ci risulta invece che per tutto quell’arco di tempo non rivide il volto di mamma: per un ragazzo sensibile come lui, dovrebbe essere stato pesante.

All’affetto della famiglia supplirono i meravigliosi Padri allora presenti a Montefano. Essi, unirono all’insegnamento, una vita esemplare sotto tutti i punti di vista, e Dino ne farà tesoro, poi, lungo lo snodarsi degli anni.

Al termine del terz’anno di ginnasio, l’8 dicembre 1920 Dino dette avvio all’anno di noviziato. Alla vestizione dell’abito, gli venne imposto il nome di fr. Bernardino Maria. Allo scadere del 12mo mese, precisamente il 10 dicembre 1921, fr. Bernardino emise i voti temporanei e il giorno successivo, 11 dicembre, si recò a Bologna per dare inizio al primo anno di filosofia. Stranamente, le ricerche d’archivio non sono riuscite a trovare gli esiti scolastici di allora. Sappiamo soltanto che il 22 luglio 1922 gli studenti professi bolognesi si portarono a Ronzano, complesso edilizio antico risalente al secolo XII, acquistato dai Servi di Maria all’inizio di detto anno per collocarvi l’alunnato destinato ad accogliere le vocazioni dell’Emilia-Romagna. A Ronzano i Professi trascorsero le vacanze estive, rimanendovi fin verso la fine del mese di settembre. Con i suoi compagni egli iniziò regolarmente a Bologna, nel mese di ottobre, il second’anno del corso filosofico. Accadde però un imprevisto: “5. XI. 22 – Devo interrompere le scuole per andare a Ronzano a far la IVa  elementare, e insegnare italiano a quelli di 1a ginnasiale”. Il diciassettenne fr. Berrnardino obbedisce prontamente.

P. Tommaso M. Santi, uno di quei scolaretti, così ricorda fr. Bernardino: “Una capigliatura bionda, con la tonsura sempre fresca, un viso ovale, pienotto, uno sguardo sorridente, scintillante,  un accento dolce, levigato di grazia... Il 2 novembre 1922 giunse a Ronzano per assumere l’incarico di Sottomaestro e di insegnante per noi di IV elementare. Una soluzione che, apparentemente, poteva dirsi un ripiego, ma ciò che contava in quella decisione, era la stima che i superiori nutrivano nei suoi riguardi. [...] Egli fu il nostro usbergo, il parafulmine di noi piccoli, che gli stavamo sempre attorno, come pulcini sotto la chioccia. Ricordo le serate d’inverno, alla luce del lume a petrolio, pigiati attorno all’harmonium, mentre egli si arrabattava a farci entrare nelle orecchie le prime note della ‘Messa de Angelis’.Trascorse un anno con noi, finché tristi, la sera del 13 ottobre 1923, lo vedemmo partire diretto a Firenze, dove avrebbe ripreso gli studi liceali. Se ne andò sorridendo, senza tradire la commozione. Però la nostalgia di Ronzano gli rimase profonda nel cuore”.

A Firenze fr. Bernardino giunse il 9 novembre 1923 per dare inizio al second’anno di filosofia. Superati felicemente gli esami, dal 7 luglio al 7 agosto 1924 trascorse un mese a Monte Senario. Tornato a Firenze, vi rimase fino al 10 ottobre, giorno in cui  partì alla volta del Collegio S. Alessio a Roma, allora ubicato nei locali presi in affitto dal Pontificio Collegio Armeno, in via S. Nicolò da Tolentino.

La permanenza in detto Collegio si protrasse per quattro anni, gli anni del corso teologico frequentato presso il Pontificio Ateneo Urbaniano, che aveva la propria sede in Piazza di Spagna a poca distanza dal Collegio S. Alessio. Furono anni d’intenso studio, che gli consentirono di conseguire la laurea in Teologia e di accedere all’Ordine del Presbiterato il 5 febbraio 1928, dopo aver emesso i voti solenni di povertà, castità e obbedienza il 1° novembre 1927.

Il 28 luglio 1928 P. Bernardino M. Piccinelli raggiunse il convento della Ghiara a Reggio Emilia per iniziare il suo apostolato sacerdotale.

 

3.- Sacerdote- Maestro di formazione (1928-1937)

 

Quando P. Bernardino mise piede nel convento di Reggio Emilia, la comunità vi si era insediata da circa un anno, rispondendo positivamente alla richiesta del Vescovo, mons. Edoardo Brettoni. Le fonti documentarie ci trasmettono l’impegno apostolico del neosacerdote, la sua dedizione totale, alla quale risultava sconosciuta qualsiasi forma di calcolo egoistico.

I Superiori, ben ricordando la positiva azione del P. Bernardino svolta sei anni prima a Ronzano, decidsero di riaffilare a lui parte della responsabilità del collegino. Superiore e P. Maestro   del Collegio era sempre, dal 1922, P. Benedetto M. Marconi. Allora P. Bernardino fu definito dai ragazzi – l’abbiamo appreso dal P. Tommaso Santi – come loro «usbergo» e il termine induce a pensare che il P. Benedetto avesse scelto, come educatore, la linea della fermezza. Probabilmente l’insistenza con la quale il Piccinelli si dedicò allo studio della pedagogia di s. Giovanni Bosco affondava le proprie radici in quella esperienza: egli era infatti convinto che ai ragazzi bisognava accostarsi con l’intento non di «imporre qualcosa», ma di «convincerli di qualcosa».

Com’era vissuto pacificamente accanto al P. Marconi nel 1922, così P. Bernardino gli rimase accanto anche nel biennio 1929-1931 con le stesse responsabilità di sei anni prima.

La novità apportata dal capitolo provinciale del 14-17 luglio 1931 riguardò l’assegnazione del P. Benedetto Marconi a P. Maestro dei giovani professi del convento dei Servi a Bologna e quella del P. Bernardino M. Piccinelli a P. Maestro dei probandi a Ronzano. In tale ufficio rimarrà fino al 16 luglio 1936. Nell’ultimo anno della sua permanenza nel collegino avrà tra gli alunni anche il suo futuro primo biografo: P. Alfonso (al secolo: Lorenzo) M. Baccarani. È da lui che apprendiamo le modalità della presenza del P. Bernardino in mezzo agli alunni: l’opera formatrice lo coinvolgeva continuamente, non lasciandogli mai spazio alcuno durante la giornata. Tutto avveniva con i giovani e per i giovani.

Per conoscere invece l’attività d’insegnamento, è sufficiente aprire i registri della scuola. Si rimane letteralmente sorpresi, anche se tutto fu condizionato dal numero limitato degli alunni.

Infatti, negli anni scolastici 1931/32; 1932/33; 1933/34 P. Bernardino è designato insegnante di tutte le materie, eccettuata la lingua latina. Per gli anni 1934/35; 1935/36 egli insegna soltanto la lingua italiana (sostituito per il resto dal P. Lorenzo M. Falconi).

Nei confronti del tipo di educazione impartito, la testimonianza di quanti allora furono destinatari della sua azione è unanime: egli aborrì sempre i metodi coercitivi; la sua azione era ispirata ad un profondo amore ai giovani, un amore unito ad altrettanto profondo rispetto. Non era tuttavia indulgente, ma nel condannare gli errori aggiungeva quella dolcezza e quella amabilità, che mentre spingevano al ravvedimento, aumentavano nell’anima del colpevole l’affetto nei suoi confronti e il desiderio di non contristarlo ulteriormente, ripetendo le medesime gesta riprovate.

Questo metodo, in contrasto con le idee allora correnti in tale materia, non trovò accoglienza presso i superiori, che nel capitolo summenzionato lo sostituirono e lo nominarono P. Priore nel convento della Ghiara a Reggio Emilia e anche - per non intaccare il buon nome del Piccinelli – P. Maestro dei giovani. Quest’ultima fu solo nomina di facciata, perché l’incarico educativo venne di fatto assegnato ad un sottomaestro giovanissimo, sacerdote dal 27 ottobre del 1935. P. Bernardino non si lamentò, accettò silenziosamente tutto. Il Signore lo stava preparando, nella umiliazione di un’ingiustizia subita, ad un compito molto più impegnativo: quello di parroco.

 

4.- I primi  dieci  anni  di  parroco (1937-1947)

 

Quando verso la metà di luglio del 1937 P. Bernardino giunse ad Ancona con la nomina di parroco della parrocchia del S. Cuore in sostituzione di suo cugino, P. Giovanni M. Rossi, eletto Priore Provinciale, divenne membro della Comunità di S. Pietro, perché ancora non esisteva il convento del S. Cuore. Quest’ultimo venne inaugurato il 19 marzo 1939, e con tale inaugurazione ebbe termine la spola quotidiana del P. Piccinelli, che fino a quel giorno dovette alternare il servizio diurno alla parrocchia del S. Cuore con il ritiro notturno presso la Comunità di S. Pietro. Nel Capitolo provinciale del 18-21 giugno del 1940 il P. Bernardino sarà eletto Priore del convento del S. Cuore, perdurando nell’ufficio di parroco.

Quando P. Bernardino prese possesso della parrocchia del S. Cuore, vi erano presenti varie e fiorenti Associazioni: l’Azione Cattolica nei vari rami, le due Conferenze della S. Vincenzo, le Dame della Carità, il Terz’Ordine dei Servi di Maria; ad esse aggiunse le “Lampade “Viventi” o Apostolato della Preghiera. Delle difficoltà causate dal regime fascista vi sono tracce nella documentazione in nostro possesso, come appare dalla registrazione di una sua omelia: «Forse non ve l’ho raccontato mai: eravamo proprio in pieno Fascismo e purtroppo non tutte le cose andavano bene. Avevano messo su, proprio per i ragazzi ed i giovani, gli esercizi pre-militari alla domenica. Allora non c’era la Messa la domenica dopo pranzo, quindi, occupata tutta la mattina, questi ragazzi non venivano più a Messa, e ce ne avevo qui proprio uno che stava giù in Via De Bosis, di questi gerarchi ed io ho preso il coraggio a due mani: adesso ci vado e ci parlo, perché lasci almeno un’ora per i giovani perché possano ascoltare la Messa. In fondo, un parroco si da anche la preoccupazione di tutta questa gioventù. E vado giù. Quando gli suono, mi viene ad aprire la domestica: appena mi vide, “Boom!”, un colpo alla porta, ed io dovetti tornare con le pive nel sacco!».

Le difficoltà maggiori giunsero con il progredire dei bombardamenti, soprattutto con il bombardamento del 1° novembre 1943, che praticamente rase al suolo il centro della città. Anche la Chiesa e il Convento di S. Pietro furono completamente distrutti e i frati di quella comunità trovarono ospitalità presso il convento del S. Cuore. Oltre a loro, furono accolti anche dei parrocchiani; perfino la terrazza del convento si trasformò in ricettacolo di animali domestici. P. Bernardino si diede da fare perché altre persone potessero rifugiarsi nelle abitazioni lasciate libere dalle persone sfollate in altre località più sicure. Garante di tanta fiducia era sempre lui, P. Bernardino.

Ad informarci di certi particolari inerenti al bombardamento citato è fr. Emilio Gallini: «Dalla Chiesa [di S.Pietro distrutta] abbiamo prelevato subito il Santissimo e, lungo la strada di ritorno, abbiamo pregato in mezzo al rischio dei bombardamenti. La domenica andavamo a celebrare nel rifugio di Piazza Don Minzoni, dove si svolgevano le celebrazioni liturgiche. La presenza di Padre Bernardino era di grande conforto per la gente impaurita dai bombardamenti. [...] Inoltre, sempre riguardante lo stesso periodo bellico, più volte ci è capitato di terminare la Santa Messa rifugiati nel campanile, perché suonava continuamente l’allarme.

Si tenta presente che nella città di Ancona rimasero soltanto due sacerdoti: don Pio Duranti e il P. Bernardino. Anche il Vescovo, mons. Marco Giovanni Della Pietra, dovette sfollare altrove.

Giustamente fr. Emilio sottolineò che la presenza del P. Bernardino costituiva per tutti motivo di rasserenamento. A chiarire il motivo di quella calma fu lo stesso P. Piccinelli: «Tenevo il breviario in mano e mi tremavano le mani; allora mi sono recato davanti al Santissimo (durante un bombardamento) e ho detto: Signore, finché rimarrà un solo parrocchiano, io non mi muoverò di qui, ma Tu toglimi la paura». Infatti, da quel momento, il Servo di Dio non ebbe più paura e si muoveva con tranquillità superando le situazioni più difficili. Vi si legge in trasparenza la grande fede del Servo di Dio.

La peggiore situazione per la parrocchia del S. Cuore si venne determinando in seguito alla Ordinanza della Polizia della repubblica Sociale di Salò del 1° dicembre 1943 che prescriveva la deportazione dei cittadini Ebrei nei campi di concentramento e la confisca dei loro beni. Tale ordinanza venne applicata su tutto il territorio nazionale posto sotto la giurisdizione della Repubblica di Salò. Anche in Ancona avvennero le deportazioni surriferite. Infatti, conosciamo dal verbale della visita pastorale fatta da Mons. Marco Giovanni Della Pietra negli ultimi mesi del 1944,  che nella parrocchia del S. Cuore composta da otto/novemila abitanti, circa quattrocento persone erano Israelite distribuite fra una novantina di famiglie. Tra i perseguiti ci furono allora nomi illustri, tra i quali il Rabbino Elio Toaff, successivamente rabbino Capo nella Sinagoga di Roma.

 Egli così racconta quella vicenda: «Ero Rabbino ad Ancona e stavo tornando a casa. Vidi don Bernardino [Piccinelli], il parroco della chiesa vicina, che si sbracciava, cercando di attrarre la mia attenzione. Finalmente mi avvicinai e gli chiesi perché era così agitato. Rispose che i tedeschi mi stavano aspettando a casa. Ovviamente non tornai. Don Bernardino mi nascose nei giorni successivi. E quando finalmente potei rimettere piede in casa, vidi che i tedeschi l’avevano completamente svuotata. Avevano portato via tutto. Mobili, libri, valori. Non mi restava più niente. E anche quello fu un modo per ricominciare».

 Una parola la devo aggiungere sulle modalità di comportamento del P. Bernardino nei due periodi difficili attraversati dalla città di Ancona: nel primo, 8 settembre 1943-18 luglio 1944, ressero la città i nazifascisti; nel secondo, 18 luglio 1944-2 giugno 1946, le forze partigiane divise internamente tra loro. La ricerca degli ebrei e dei partigiani caratterizzò il primo dei due periodi; le vendette contro i fascisti, il secondo. P. Bernardino si comportò secondo il principio da lui sempre seguito: «non ci sono amici e nemici, ma solo dei fratelli da amare e aiutare». Ce ne parla la professoressa Anita Chiarucci: «Ebbe buone relazioni sia con i Tedeschi che con gli Alleati. Ora agli uni ora agli altri presentava le necessità della gente che si rivolgeva a lui e non ebbe mai alcun rifiuto. Riuscì a facilitare il passaggio ai militari sia tedeschi che alleati: salvò gli Alleati dai Tedeschi, in un primo momento, e i Tedeschi dagli Alleati quando, rimasti in pochi, dovevano ritirarsi».

La sua estraneità alla politica e il suo totale distacco da interessi personali venne riconosciuto in ambedue i periodi sunnominati. Infatti nel periodo dei reggitori fascisti egli fu chiamato a far parte della Commissione istituita a tutela della città; nel secondo periodo, insediato il governo provvisorio con a capo un sindaco comunista, egli venne nominato Assessore con compiti ben definiti.

Come apprendiamo dalla Lettera del parroco del marzo 1954, nel corso del 1944 P. Bernardino dette vita alla «Mensa del povero» agevolato dagli aiuti che la Pontificia Opera di Assistenza (POA) gli mandava. Ce ne parla sr. M. Consiglia Agostini, allora giovane parrocchiana del S. Cuore: «Durante la guerra, in Parrocchia aveva istituito la cosiddetta “ Mensa del Bimbo Povero”, dove ogni giorno veniva preparato il pranzo per numerose persone e famiglie di vari ceti sociali in difficoltà: spesso, chi lavorava alla Mensa, usciva in incognito, saliva le scale anche di palazzi abitati da persone apparentemente benestanti e lasciava all’ingresso (o solo all’entrata) il cibo preparato per il pranzo: solo Padre Bernardino conosceva il nome e le necessità di quelle persone o famiglie. A volte, nella dispensa della Mensa mancava la pasta o altro di necessario: Padre Bernardino, sempre vigile e presente, rincuorava il gruppo: “State tranquille: la Provvidenza arriverà!”…Ed a Mezzogiorno, puntuale, arrivava il sacco di pasta o quant’altro serviva per preparare il pranzo, dono di sconosciuti benefattori: e ciò accadeva immancabilmente sempre in tali circostanze, miracolo dovuto all’illimitata fiducia di Padre Bernardino nella Divina Provvidenza ed in San Giuseppe, Padre della Divina Provvidenza. L’amore e la confidenza in San Giuseppe si manifestava in piccoli atti esterni, quale quello di baciarne la statua che si trovava all’ingresso del Convento, quando vi passava davanti».

Dopo il passaggio del fronte bellico - 18 luglio 1944 - la gente cominciò a ritornare dai luoghi di sfollamento e la città iniziò a ripopolarsi. Il Vescovo, mons. Marco Giovanni Della Pietra, nell’estate-autunno del 1944 decise di compiere la visita pastorale alla parrocchia del S. Cuore, che era rimasta  praticamente illesa. Di questa Visita possediamo il resoconto ufficiale. Oltre alle Associazioni già menzionate, il Vescovo cita le Figlie di Maria Addolorata e i “Milites Mariani” di recente istituzione. La Commissione missionaria che attendeva alle Opere Pontificie, non era ancora in grado di operare a causa dello sfollamento dei suoi membri.

Alla vigilia della offensiva alleata da tutti data per scontata (avrà inizio il 9 aprile 1945), ad Ancona si darà avvio alla Missione cittadina da celebrarsi  nella Chiesa del S. Cuore. Nella Lettera del 15 febbraio 1945, P. Bernardino indice una novena di preparazione a detta Missione, fissandone le finalità: «In questa novena si studierà ai piedi della Vergine, il problema della donna, chiamata a riportare Gesù in questa società sbandata e corrotta e perciò flagellata da tanti dolori».

Si noti l’accento che egli pone sulla capacità di rinnovamento sociale da attuarsi tramite l’elemento femminile per annullare la frantumazione sociale causata da vendette fratricide e dalla speculazione dei profittatori. Egli infatti concentrava la sua azione apostolica sulla realtà delle famiglie, considerate la cellula di qualsiasi possibilità di rinnovamento. A suo giudizio tutto convergeva in esse: i problemi del lavoro, della salute, dell’educazione dei figli, della frequenza ai sacramenti, della serenità fra coniugi, della trasmissione della fede stessa. D’altronde, il suo sorriso, la sua serenità, l’ottimismo che emanava da tutta la sua persona, costituivano un polo di attrazione tale, da tutti considerato un punto di riferimento sicuro.

 

 

5.- Secondo decennio di parroco (1947-1957)

 

Cessato il suo compito di Assessore nell’ottobre 1944, p. Bernardino si dette totalmente al suo ministero pastorale. Anche successivamente alla fine del secondo conflitto mondiale (9 maggio 1945), la sua azione si mantenne strettamente entro l’ambito del ministero sacro e rimase praticamente estranea alle questioni ideologiche che vessavano i partiti di allora. Pur restando fedele alle direttive della Chiesa, egli pubblicamente non si espresse mai in una direzione piuttosto che in un’altra.

Tutti d’altronde sapevano quale potesse essere il suo pensiero. I problemi sollevati dalle elezioni del 2 giugno 1946, l’approfondirsi della difficile convivenza con i Socialcomunisti conclusasi con la loro esclusione dal governo il 31 maggio 1947, non  trovano eco nella vita del Piccinelli. Tuttavia egli non si mantenne affatto estraneo a quanto si stava agitando nella società italiana, come vedremo tra breve.

Nel marzo del 1948 mons . Egidio Bignamini effettuò la sua prima Visita pastorale alla parrocchia del S. Cuore. È interessante contrapporre il resoconto della precedente visita dell’estate-autunno del 1944 di mons. Marco Giovanni Della Pietra, con quest’ultima. Rispetto alla visita precedente, quella del 1948 pose in risalto una ripresa della vita della parrocchia, un aumento di membri nelle varie Associazioni, ma soprattutto rilevò che il 60% degli uomini e il 10% delle donne non adempì il precetto pasquale. Quest’ultimo dato riveste una importanza particolare e positiva, malgrado il dato sembri negativo. Infatti  in una città, come Ancona, emergente sul piano dell’anticlericalismo, è da ritenersi fattore di grande rilievo una partecipazione al precetto pasquale del 40% degli uomini! Ancona, infatti, fu retta da persone appartenenti sia ai socialcomunisti sia soprattutto al Partito dei Repubblicani, notoriamente laico.

Un mese dopo, avvennero le famose elezioni del 18 aprile. Fu questa una data di  rilevanza eccezionale nella politica dell’Italia. Le elezioni furono precedute da dibattiti serrati, da continue minacce da parte delle forze di sinistra. Queste ultime davano per scontata la loro vittoria. Tuttavia, la grande maggioranza degli italiani non era dello stesso avviso. Papa Pio XII, vivamente preoccupato, diede via libera al prof. Luigi Gedda, affinché istituisse i Comitati Civici (strettamente collegati all’Azione Cattolica), pubblicamente schierati a fianco della Democrazia Cristiana.

Nei locali della parrocchia del S. Cuore detti Comitati poterono collocare il loro materiale propagandistico. E questo particolare la dice lunga sulla piena adesione del P. Bernardino alla campagna sostenuta da questi ultimi.

La maggioranza assoluta acquisita in quelle elezioni dalla Democrazia Cristiana, contribuì largamente alla pacificazione interna del Paese, pur rimanendo sempre vive le contrapposizioni partitiche.

 Negli anni successivi la vita della parrocchia trascorse come un fiume che reca nella pienezza delle sue acque il contenuto di una vita spiritualmente intensa, con le celebrazioni delle festività, il succedersi delle riunioni delle Associazioni, l’assistenza all’Oratorio, la catechesi, l’attività a favore dei poveri, la cura spirituale degli infermi.

A proposito dei bisognosi, la Mensa del povero istituita nel 1944 si trasformò nel 1947 in Associazione con un proprio statuto e una specifica attività.

Nel 1954 la celebrazione dell’Anno Mariano voluta da Papa Pio XII trovò ampia corrispondenza in P. Bernardino, che ogni mese inviò ai parrocchiani una lettera, nella quale illustrava le principali iniziative sia sul piano pastorale che su quello della pietà e della liturgia.

A tale proposito è opportuno ricordare l’ultima delle lettere indirizzate ai parrocchiani nel dicembre del 1954. Con essa si spense pure la Parola del Parroco, perché P. Bernardino non riprese più quella consuetudine.

In quest’ultima lettera, In quest’ultima lettera,  più che la voce del P. Bernardino, sembra di udire la parola sferzante di S. Giovanni Crisostomo. Ed è semplicistico soffermarsi su quel testo senza inserirlo nel giusto contesto storico.

Anzitutto si deve tenere presente che Ancona è collegata direttamente, via mare, con la Iugoslavia. Il 5 ottobre 1954 a Londra fu firmato il Memorandum d’intesa che spartiva le due zone A e B del Territorio Libero di Trieste, assegnando la zona A all’Italia e la zona B alla Iugoslavia. «La mattina del 26 ottobre [1954], in un tripudio di bandiere tricolori e in una immensa commozione di folla, i soldati italiani  – come ricordano I.Montanelli-G.Cervi - entrarono in Trieste restituita per la seconda volta all’Italia»

Questo avvenimento spiega la cacciata degli Italiani residenti nella zona B passata alla Iugoslavia, privati dei loro beni, senza lavoro e ridotti alla fame, ossia nelle condizioni descritte nella citata lettera del P. Bernardino. Egli fa sua la voce del Bimbo divino alla vigilia della Notte di Natale: “C’erano dei miseri vostri fratelli che soffrivano come la mia mamma quella notte, tremanti di freddo, affamati, disperati... Dovevate vedere Me in loro e... consolarmi, consolandoli”.

D’altra parte l’Italia, «in quel torno di tempo - ricordano i summenzionati autori - fu il solo Paese dell’Europa occidentale, tra vinti e vincitori, comprese la Gran Bretagna e la Francia, in cui erano in vendita libera il pane bianco e le paste con lo zucchero”.

Quest’ultimo particolare spiega a sua volta l’accenno del P. Bernardino alla fastosità della celebrazione natalizia contrapposta all’indigenza segnalata nel testo. P. Bernardino, che non negava mai nulla ad alcuno, pressato certamente dalle richieste di quei poveri profughi, sentì il dovere morale di far presente ai suoi parrocchiani la tristezza di quella situazione per averne aiuto e collaborazione.

Per quanto attiene agli anni 1955-56, nella documentazione pervenutaci non ci sono altre informazioni rilevanti.

Finora abbiamo considerato il risultato di due visite pastorali, mettendone a confronto le conclusioni. Ora ne riportiamo una terza effettuata, anche questa, da mons. Egidio Bignamini il 3 febbraio 1957.

A distanza di tredici anni dalla prima visita pastorale (1944), si nota un mutamento considerevole dal punto di vista statistico. La popolazione della parrocchia è passata da circa 9.000 abitanti a 13.000. L’aumento di circa 4.000 unità rapprenda  un dato di rilievo, anche se non eccessivo. Sorprende invece la frequenza alle funzioni parrocchiali, passata da 1/5 della popolazione nel 1944, al 50% nel febbraio 1957! Non possediamo il dato della visita pastorale del 1948, perché tale voce non appare nel resoconto finale.

Il motivo per il quale mi sono soffermato nell’analisi statistica è il seguente: le cifre offrono, con l’eloquenza matematica, la dimostrazione dell’impegno pastorale non solo di P. Bernardino, ma certamente anche, e anzitutto, di lui!

La sua giornata iniziava tra le 4,30 e le 5,00 del mattino. Fino alle 6,00 si dedicava alla preghiera personale; poi entrava nel confessionale a disposizione dei fedeli fino alle 6,30 quando usciva per la celebrazione del Santo Sacrificio. Il resto della mattinata lo trascorreva in chiesa a disposizione dei fedeli, a meno che non avesse dovuto recarsi dagli infermi per portar loro la Comunione. Nel pomeriggio, immediatamente dopo il pranzo, si portava in camera per ascoltare le notizie della  Radio vaticana, al riposo dedicava pochi minuti, si recava poi nel coretto adiacente alla camera sua, per leggere la Sacra Scrittura o qualche libro di spiritualità.

A metà pomeriggio riprendeva l’ascolto dei fedeli, talvolta anche aiutando materialmente. Rientrava in confessionale durante le Funzioni o la celebrazione della Messa serale. Terminata la cena, rientrava immediatamente in camera per rispondere alla corrispondenza o per stilare degli schemi di omelia. Alle 21,30 puntualmente si coricava.

Il punto focale dell’attività pastorale del Nostro, è sempre stata l’Eucarestia, che egli considerava, giustamente, il centro dal quale si dipanavano tutte le attività successive e al quale queste ultime dovevano poi ritornare come a  naturale epilogo del loro spirituale movimento. Il ministero della confessione, la predicazione, il catechismo, le attività caritative (si pensi alla trasformazione della Mensa del Bimbo povero divenuta Associazione collegata alla S. Vincenzo), le attività dei Gruppi e delle Associazioni sotto le più svariate denominazioni, in tanto avevano un senso in quanto orientate al Cristo eucaristico.

Questo criterio egli lo espresse anche nel bollettino parrocchiale nell’articolo intitolato “La Parrocchia è una Famiglia” nel febbraio 1954: «La frequenza alla S. Comunione, lo so, non è tutto, ma indica qualche cosa. Ora nel 1952 furono 174.800, nel 1953 sono salite a 179.900. è un progredire lento, ma consolante. Parrocchia che prega, parrocchia che vive. Si prega insieme, si prega individualmente, e pregano per tutti i cinque Padri, le Lampade Viventi che hanno trascorso 4.256 ore di adorazione dinanzi a Gesù Sacramentato».

Questo è il vero bilancio di questi vent’anni anni di lavoro pastorale del P. Bernardino Piccinelli. E sarà proprio questo bilancio la ragione delle sofferenze che gli saranno inferte nei prossimi anni.

 

6.- Terzo decennio di parroco (1957-1967)

 

Si può dire che questo terzo decennio trascorso da P. Bernardino come parroco al S. Cuore di Ancona, non presenti, nella documentazione pervenutaci, grandi novità. D’altronde la sua azione pastorale, avvalorata da una esperienza ventennale e soprattutto accolta con favore dalla stragrande maggioranza dei fedeli, proseguiva secondo una prassi ormai ben collaudata, facilitata pure dal boom economico allora attraversato dal Paese.

Le novità maggiori saranno rappresentate dalla morte di Pio XII (1958), dalla elezione al Pontificato di Giovanni XXIII (1958-1963) alla cui morte subentrerà Paolo VI (1963-1978).

Altro fatto rilevante la celebrazione del Concilio Ecumenico (1962-1965), che apporterà novità importanti a tutti i livelli, da quello teologico-liturgico a quello disciplinare. Queste novità si rifletteranno sulla vita della Chiesa, alcune con effetto positivo, altre invece con risultati negativi, soprattutto per ciò che riguarda la caduta delle vocazioni sacerdotali-religiose, la richiesta di riduzione allo stato laicale avanzata da migliaia sacerdoti, la flessione della devozione mariana, il venir meno dell’afflato apostolico che precedentemente aveva caratterizzato particolarmente l’Azione Cattolica. Sorgeranno nuove associazioni (Movimento dei Focolari, dei Carismatici, di Comunione e Liberazione ecc.), che almeno in parte suppliranno alle deficienze rilevate.

Anche l’Ordine dei Servi Maria diverrà partecipe di questo intenso e talvolta caotico movimento ecclesiale, con tutte le situazioni di confusione che ne seguirono. Anche di ciò troveremo traccia nella vita del P. Piccinelli.

Per quanto attiene alla parrocchia del S. Cuore sono tre i rilievi maggiori, concernenti l’ampliamento della  chiesa del S. Cuore ormai dimostratasi insufficiente a contenere la popolazione locale,  la costruzione di una nuova chiesa per l’avvio di una nuova unità pastorale,  la recinzione dell’oratorio.

Tutto ciò richiedeva una sequenza di autorizzazioni non sempre facilmente ottenibili. Per provvedere alla copertura finanziaria delle prime due necessità, P. Bernardino ritenne necessario ricorrere alla vendita di un lotto di terreno appartenente al beneficio parrocchiale. Espletate le pratiche relative, in data 15 luglio 1965 risultano terminate sia l’ampliamento della chiesa del S. Cuore sia la recinzione in muratura dell’Oratorio parrocchiale. Nel capitolo conventuale di quel giorno, a completamento del lavoro svolto, fu deciso il riscaldamento della chiesa e la elettrificazione dell’impianto delle campane. La costruzione della chiesa e del convento della futura unità pastorale conoscerà invece tempi più lunghi.

Nel frattempo si andò via via dipanando una questione conosciuta soltanto dal vescovo, mons Egidio Bignamini e che risaliva al 1962. A quell’epoca monsignore notificò alla S. Sede il nome del P. Bernardino M. Piccinelli come possibile candidato a nomina episcopale. Si trattava, comunque, di una designazione generica. Constatando il venir meno delle forze, mons. Bignamini chiese alla S. Sede che gli venisse assegnato un Vescovo Ausiliare. Fece pure il nome del suo segretario come candidato eccellente, del quale dava ampia assicurazione di capacità e di serietà morale. La Santa Sede non fu dell’avviso e il 3 giugno 1966 nominò Vescovo Ausiliare il P. Bernardino M. Piccinelli. A nomina avvenuta mons. Egidio Bignamini chiese che P. Bernardino continuasse anche a ricoprire l’ufficio di parroco alla parrocchia del S. Cuore. Tutto ciò venne concesso e il 25 giugno 1966 fu dato pubblicamente annuncio della nomina avvenuta.

Contrariamente a quanto di solito avviene, P. Bernardino dimostrò grande felicità per la sua designazione episcopale, ritenendo una grazia del Signore poter partecipare alla pienezza del sacerdozio. Meraviglia che nessuno abbia lontanamente dubitato dell’umiltà e della sincerità del P. Bernardino in tale frangente.

La consacrazione episcopale avvenne pochi giorni dopo, precisamente nel pomeriggio del 10 luglio. Mons. Bignamini aveva fretta di procedere al rito perché temeva gli venissero meno le forze fisiche necessarie. Nello stesso giorno egli nominò P. Bernardino Vicario Generale della Diocesi.

Sicché dall’11 luglio 1966 il Piccinelli si trovò ad essere simultaneamente Vescovo Ausiliare, Vicario Generale della Diocesi, parroco della parrocchia del S. Cuore, priore della Comunità rispettiva. Egli cercò di adempiere fedelmente e diligentemente tutti questi ruoli, motivo per cui le solite ferie a Madonna dei Fornelli quest’anno furono ridotte a soli 4 giorni.

Tenuto presente che l’elevazione all’episcopato sottrae qualsiasi religioso alla giurisdizione dei suoi  Superiori, si ovviò alla difficoltà di comporre le sunnominate responsabilità con il ruolo di parroco e di priore, chiedendo alla S. Sede la corrispettiva dispensa, che venne concessa in data 21 settembre 1966.

Intanto andava decisamente reclinando lo stato di salute di mons. Egidio Bignamini. Ne notificò il declino lo stesso P. Bernardino con lettera circolare del 15 novembre 1966. Un mese dopo, esattamente il 21 dicembre, mons. Bignamini si spegneva e il 23 seguente furono solennemente celebrate le onoranze funebri.

Nominato Vicario Capitolare P. Bernardino, spettò a lui comunicare all’intera Arcidiocesi, il 22 febbraio 1967, la nomina del successore di mons. Bignamini nella persona di mons. Felicissimo Tinivella, allora Amministratore di Ventimiglia. Questi prese possesso per procura delle due diocesi di Ancona e di Osimo il 30-31 marzo, stante il non felice stato della sua salute. Il 3 aprile 1967 mons. Tinivella nominò P. Bernardino Vicario Generale di entrambe le diocesi. L’ingresso ufficiale avverrà comunque il 4 giugno di quell’anno.

Altre novità seguiranno nell’ultimo scorcio del 1967.

 

7.- Vescovo Ausiliare  e  Vicario Generale (1967-1984)

 

Tra il mese di maggio e quello di agosto 1967 si svolse il capitolo provinciale elettivo. Fu eletto priore della Provincia il P. Girolamo M. Iotti e priore della Comunità di Ancona, il P. Alfonso M. Baccarani. Entrambi avevano convissuto per anni con il P. Bernardino.

Con la formazione delle nuove famiglie, P. Bernardino rimaneva parroco del S. Cuore per privilegio apostolico, concessogli da Paolo VI, ma decadeva dall’ufficio di priore conventuale. In qualità di parroco egli aveva avrebbe dovuto partecipare ai capitoli conventuali, ma a questa possibilità ostava la sua elevazione all’episcopato, come abbiamo già riferito. Per tale motivo fu chiesta apposita dispensa alla S. Sede, richiesta sottoscritta dall’allora provinciale P. Girolamo M. Iotti. La Congregazione dei Religiosi concesse tale facoltà in data 29 novembre 1967, consentendo così al P. Bernardino di poter partecipare al capitolo conventuale con voce attiva e passiva.

Tuttavia, la presenza del P. Bernardino al capitolo conventuale creava - a giudizio del Priore Provinciale – forti difficoltà, sia per la lunga esperienza e la fama di santità che lo circondava, sia perché il suo metodo pastorale a qualcuno sembrava superato dal corso degli eventi, perché troppo ancorato alla gestione dei sacramenti e poco proiettato verso soluzioni pastorali più avanzate sul piano sociale. Convinto di questa sua posizione, il P. Girolamo M. Iotti il 31 maggio 1968 chiese esplicitamente al P. Bernardino di dare le dimissioni da parroco. La richiesta si risolse in un colloquio di pochi minuti, come testimoniato dal P. Alfonso M. Baccarani, che attendeva l’esito di quel colloquio fuori della porta della camera del Piccinelli e che si vide apparire dinanzi il P. Iotti tutto contento, per avere subito ottenuto quanto richiesto, senza obiezione alcuna da parte del P. Bernardino.

Tuttavia fu questo per mons.Piccinelli un dramma cocente. Egli cercò di nascondere a tutti il proprio dolore, testimoniato dalle lacrime con le quali, nel coretto,  bagnò il breviario. Ne fu testimone la professoressa Anita Chiarucci, che alla morte del P. Bernardino chiese di avere proprio quel breviario, le cui pagine testimoniavano la forza di una obbedienza e di una umiltà eroiche.

Il 20 giugno 1968 a succedere al P. Bernardino fu chiamato il P. Tarcisio M. Roffi, la cui nomina fu ratificata da mons. Felicissimo Tinivella in data 2 luglio 1968.

Nel frattempo, in data 20 giugno di quello stesso anno, mons. Tinivella presentò alla S. Sede la rinuncia  - per ragioni di salute - all’ufficio di Vescovo dell’Arcidiocesi di Ancona e di Amministratore Apostolico di Osimo. La S. Sede il 9 luglio ne accettò le dimissioni. P. Bernardino fu nominato Vicario Capitolare, sede vacante, da parte di ambedue i Capitoli della Cattedrale delle diocesi summenzionate.

Il 5 agosto 1968 mons. Carlo Maccari, da  vescovo di Mondovì, fu trasferito all’Arcidiocesi di Ancona-Osimo. Il 27 agosto mons. Bernardino Piccinelli comunicò all’intera Arcidiocesi che il 15 settembre il novello Pastore avrebbe preso possesso del proprio Ufficio.

Mons. Maccari avrebbe voluto nominare subito Vicario generale il P. Bernardino, ma questi chiese una pausa di riflessione. I motivi di tale richiesta non ci sono noti. Il 4 novembre mons. Maccari ruppe gli indugi e lo nominò ufficialmente Vicario Generale.

Ritengo opportuno riportare il pensiero di P. Alfonso M. Baccani, che essendo priore della Comunità del S. Cuore, può efficacemente testimoniare lo stile di vita del P. Bernardino nella duplice veste di Vicario Generale e di Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi anconetana: «A mio parere, il S.d.D. seppe armonizzare bene la sua attività di Vescovo Ausiliare e Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Ancona e il suo ufficio di Parroco. Ogni mattina si recava in Curia, mentre nel pomeriggio rimaneva in casa a disposizione della Parrocchia, salvo il caso di altri impegni in Diocesi. Una certa parte del lavoro parrocchiale era già prima delegata ai Vice Parroci. Nei due anni che rimase Parroco, in base ad un privilegio Papale espresso nella Bolla di Nomina a Vescovo, non ci furono particolari difficoltà. Aveva lasciato la Presidenza del Collegio dei Parroci Urbani, anzi, essendo Vicario Generale, preferì non parteciparvi direttamente, per lasciare la più ampia libertà ai Parroci stessi. Alle riunioni, quasi sempre incaricava di partecipare il sottoscritto. Anche da Vescovo, il S.d.D. ha sempre atteso alle confessioni, specie nelle prime ore del mattino e della sera: ore in cui era più libero dagli impegni diocesani. Continuò a ricevere chiunque lo cercasse e ad aiutare i poveri ed i bisognosi; per questo nella sua nuova condizione aveva maggiore possibilità, quindi riceveva molto dai fedeli e poteva aiutare molto. So che contribuiva molto anche per le attività diocesane».

Non si poteva meglio sintetizzare ben 16 anni di vita episcopale. Nelle parole del P. Baccarani emerge, da parte del P. Bernardino, l’amore alla Diocesi, l’amore alla parrocchia, lo zelo per la salute delle anime, l’amore ai poveri, la totale dedizione della propria vita a servizio dei fratelli.

È a tutti noto quanto siano stati anni difficili quelli che seguirono la fine del Concilio Vaticano II. Anche Ancona conobbe delle difficoltà. A comporre la scabrosa situazione di Passatempo di Osimo, mons. Carlo Maccari inviò il P. Bernardino, nella convinzione che la santità di vita e le esimie virtù pastorali di detto Padre avrebbero avuto la meglio sulla pervicacia del gruppo ostile alla nomina del successore di don Sisinio Moretti, spentosi improvvisamente il 20 giugno 1970. Ma non fu così. P. Bernardino venne insultato e umiliato. Salendo sull’automobile, prima di partire, il mite frate-Vescovo, pronunciò ad alta voce le parole di Gesù: “Me ne vado scuotendo la  polvere dai calzari”, sulla falsariga del vangelo di Lc 9,5. Colui che animava la contestazione, chiese successivamente di essere ridotto allo stato laicale.

Il 14 febbraio 1972 uno scuotimento tellurico fece tremate la terra di Ancona. I frati si rifugiarono nelle comunità dell’Ordine viciniori. P. Bernardino rimase tutto solo, giorno e notte,  nel convento del S. Cuore. Anche il quadro della Vergine del Duomo gli fu consegnato in custodia ed egli lo tenne nella propria camera fino al 25 aprile 1977, quando esso fu riconsegnato alla fine dei lavori di restauro del Tempio squassato a dalle onde sismiche.

In quel periodo protrattosi dal 4 febbraio a oltre la metà di marzo 1972, «egli, pur rimanendo solo di giorno e di notte, continuava la sua vita di preghiera e tutti i suoi impegni, sempre a disposizione delle persone che lo cercavano. Il suo rifugio era il coretto dove passava lunghe ore di preghiera, recitando soprattutto il Rosario».

A proposito del quadro della Vergine del Duomo dato a lui in consegna, il suo segretario, fr. Luigi M. Bulgarelli, fu testimone di un fatto eccezionale: «una sera, passando per il corridoio, vide una luce fortissima venire dalla stanza di Padre Bernardino, dove era custodito il quadro della Madonna: era una luce non naturale e suppongo che qualcosa di misterioso fosse intercorso fra il Servo di Dio e la sua Signora». Purtroppo, alle sofferenze del terremoto, si aggiunse, per P. Bernardino, il dolore per la morte improvvisa di fr. Luigi deceduto il 15 febbraio 1973. In quell’occasione lacrime amare solcarono il volto del mite Padre.

A proposito dell’aggettivo «misterioso» riportato pocanzi, è da ricordare la sicurezza con la quale il P. Bernardino tranquillizzò la prof. Anita Chiarucci: «Ricordo che, durante il sisma del 1972, quando il mio Liceo Classico “Rinaldini” restò gravemente lesionato e rischiava di perdere le sue attrezzature ed il materiale di fisica, scienze, ecc…, io chiesi a Padre Bernardino se potevo azzardare a recuperare tutte queste cose. Il S.d.D. mi tranquillizzò, assicurandomi che non sarebbe successo nulla né a me né alle persone che eventualmente mi avessero aiutato. Sta di fatto che, durante questa pericolosa operazione, prolungatasi nel tempo ed in mezzo alle macerie, non venne neppure la minima scossa di terremoto e si poté lavorare non solo in serenità, ma quasi in allegria dopo la tremenda paura dei giorni passati».

Mons. Carlo Maccari riconobbe che le diocesi di Osimo e di Jesi contestavano la sua linea di governo. Il 3 settembre 1975 a comunicare a fr. Oscar Serfilippi la sua nomina a vescovo Ausiliare di Ancona con residenza a Jesi fu il P. Bernardino Piccinelli. Non ci è noto il motivo per cui tale compito gli sia stato delegato; spettava infatti a mons. Carlo Maccari comunicare tale nomina. Tre anni dopo, precisamente il 1° marzo 1978, sarà infatti detto Arcivescovo, accompagnato da mons. Bernardino Piccinneli, a notificare a mons. Oscar Serfilippi la sua nomina a titolare della diocesi di Jesi.

Il 5 febbraio di quell’anno, P.Bernardino celebrò a Roma il 50mo di sacerdozio. Fu celebrazione intima, riservata ad un piccolo gruppo. Il giorno seguente la celebrazione si ripeté ad Ancona in ambito comunitario, all’insegna della riservatezza e della comunione fraterna.

Tuttavia l’anniversario non fu trascurato. Fu celebrato il 12 febbraio in Duomo ad Ancona; il 9 aprile in parrocchia. Il P. Bernardino, richiesto di esprimere un desiderio su cui indirizzare l’attenzione dei parrocchiani del S. Cuore, chiese che venisse rifatto il tetto della chiesa. Il concorso dei parrocchiani fu massiccio e generoso.

Lo stato di salute del P. Bernardino cominciò ad accusare dei cedimenti. Ne è testimonianza la lettera datata  14 gennaio 1979 con la quale il nuovo segretario, fr. Enrico M. Battistella, aggiorna la sorella del P. Bernardino, sr. Lelia, sia sui festeggiamenti giubilari, sia sullo stato di salute del fratello. La situazione tuttavia non era così grave, perché il 31 agosto P. Bernardino si recò a Zara per la celebrazione del bimillenario dell’evangelizzazione della Croazia.

Il 16 gennaio, allo scadere del 75mo anno, egli rassegnò le dimissioni sia da Vicario Generale, sia da Vescovo Ausiliare. Le prime vennero accettate; e mons. Maccari nominò Pro-Vicario Generale mons. Nicola Larivera. Le seconde, di competenza della S. Sede, rimasero sospese fino al 20 ottobre 1983, quando la Congregazione per i Vescovi le accettò.

Tra queste due date si inseriscono due avvenimenti degni di essere ricordati. Il primo riguarda la celebrazione della Messa al Villaggio Madonna dell’Alpe a  Piamaggio, nelle vicinanze di Madonna dei Fornelli. In quella occasione egli confiderà alla signora Mangani Panconesi di essersi offerto vittima per i sacerdoti.

 Il secondo concerne il franamento avvenuto a Posatora, piccolo quartiere della città di Ancona,  nella notte tra il il 12 e il 13 dicembre 1982 Uno strato di argilla con un fronte lungo 3 km e una profondità di 2 km, a causa delle forti piogge franò verso il mare. Anche di questo evento possediamo una testimonianza eccezionale: «Una settimana dopo, e precisamente la domenica 19 dicembre, mi trovavo nella chiesa del S. Cuore di via Maratta, quando vidi Padre Bernardino in piedi, vicino al suo confessionale, con gli occhi pieni di lacrime e con lo sguardo rivolto verso l’immagine dell’Immacolato Cuore di Maria, dipinto nel trittico dell’altare maggiore. Mi avvicinai e gli dissi: “Si sente male?”. Allora lui mi rispose: “No, no, me lo ha detto proprio adesso la “Mia Signora”, ha voluto che nemmeno uno morisse per la frana! Dillo, dillo a tutti che hanno ricevuto un miracolo, che si convertissero e pregassero!”.

Si tenga presente che in quella drammatica situazione, rimasero inagibili case occupate da 3.000 persone, scoppiarono tutte le tubature dell’acqua e furono divelti i binari della ferrovia.

A ridosso del 20 ottobre 1983, mons. Carlo Maccari volle che il 18 dicembre di quell’anno tutta l’Arcidiocesi si unisse nel ringraziare P. Bernardino per il servizio prestato nei quasi 17 anni di servizio episcopale.

Al ringraziamento in ambito religioso si aggiunse quello della Giunta Comunale, che il 26 aprile 1984 volle conferire al P. Bernardino la medaglia d’oro per civica benemerenza in ricordo delle tante gesta di nobile generosità con le quali dimostrò, a partire del periodo bellico, il grande suo amore alla città di Ancona. A ricevere quel segno riconoscente andò mons. Maccari, stanti le condizioni non buone della salute del P. Bernardino.

Nel mese di luglio egli ripartì, come faceva ogni anno, per Madonna dei Fornelli. Fu un periodo accorciato rispetto agli altri anni, perché le condizioni di salute andavano peggiorando, Ritornò ad Ancona il 18 agosto e il 23 fu ricoverato all’ospedale civile della città. Tra alti e bassi e situazioni stazionarie, tirò avanti fino alla notte del 1° ottobre. Alle 3,30 entrò in coma. Portato in convento, il Priore,  P. Carlo M. Appolloni, gli amministrò l’Unzione degli Infermi davanti a tutta la Comunità: «Ricordo che per tutto il rito è rimasto sempre assopito ed assente ma, quando alla fine del rito c’è l’Invocazione alla Madonna, ho visto il S.d.D. aprire gli occhi, richiuderli e poi spirare. Ci tengo a sottolineare questo fatto perché mi sembra non del tutto casuale e normale, ma lo interpreto come segno della sua grande devozione alla Madonna».

Gli occhi del P. Bernardino M.Piccinelli aperti sull’orizzonte del mondo, si chiusero, per aprirgli finalmente, intervenendo la Vergine Madre, sull’orizzonte di Dio. Così ebbe termine la stupenda vita di questo umile frate dell’Ordine dei Servi.