Fra Gioacchino M. Nannetti

 

1898-1956

 

Giacomino da Ronzano

(P. Dott. Renato Tommaso Maria Santi)

 

I

In cammino per i  c onventi

1898 - 1922

           

 

1. - Profilo morale.

Avrebbe potuto ottenere il credito d'un Fra Galdino di memoria manzoniana, se il saio e la bisaccia del Poverello d'Assisi gli avesse riservato la Provvidenza e poteva forse divenire il sosia morale del Santo cappuccino cercatore da Camporosso, testé canonizzato col nostro Curatino di Viareggio, se il suo cammino invece di essere diretto ai Conventi dove l'obbedienza lo indirizzava fosse stato battuto lungo le strade assolate o fangose delle nostre campagne?

Lasciamo le congetture e fermiamoci all'analisi d'una vita umana santamente, eroicamente vissuta fra le mura d'una cucina, d'un guardaroba, d'una portineria, d'una sagrestia. Questo è l'ambiente di Fra Gioacchino, dove il suo carattere dolce, il suo temperamento remissivo, la sua fisionomia angelica ebbero guizzi di luce di alta spiritualità.

Il suo profilo morale usciva da una tavolozza armonicamente colorita, pastosa, di chiaroscuri caldi e vivaci.

Semplice e non artificioso rifuggiva la ricercatezza, la complessività di atteggiamenti personalistici.

Ligio sempre alla spontaneità, cercava di essere nei suoi atti sincero, aperto, affidandosi al delicato senso di riservatezza, di pudore, di riguardosa prudenza.

Restio per natura a qualsiasi espressione e tinta plateale negli atti e nelle parole, scattava sempre il dispositivo d’una sicurezza flemmatica che lo cautelava, là dove il pericolo morale per l'anima sua poteva incombere e invadere.

Generoso, volitivo possedeva l'alacre stimolo alla fatica e nel lavoro quotidiano delle mansioni non si tuffava con chiassoso e ciarlatanesco dinamismo, ma temperava progetti ed iniziative con profondo senso di equilibrio.

Uomo soprattutto di preghiera, dedicava le ore migliori, le più fresche, a Dio, non tollerando sforbiciature o dimezzamenti al suo programma di orazione; alla vita spirituale non forniva l'alimento col contagocce.

Vivendo quasi sempre fra pentole, stoviglie e fornelli e trovandosi ad accogliere gente o nelle portinerie dei Conventi o nelle sagrestie delle Chiese egli fu sempre presente a se stesso e a Dio, alla dignità di religioso.

Ossequioso e deferente verso tutti, sommamente rispettoso verso i confratelli ed i sacerdoti, col suo sorriso abituale di devota sottomissione e di amabile arrendevolezza, lasciava una dolce e grata sensazione in chi s'imbatteva nel suo sguardo. Per cui tornano opportune le parole, dette sia pure per celia, dal suo carissimo Superiore, il compianto Padre Giuseppe Maria Gherardi: — Io non so come fossero fatti i Santi almeno quelli canonizzati. So solo che se Fra Gioacchino, per la sua umiltà, pazienza e dolcezza, per il suo spirito di sacrificio e di preghiera non fosse un santo, neppure quelli non lo sarebbero stati.

 

2. - Caratteri somatici.

Ci sia permessa un'analisi di quella che fu la sua somatologia, anche se potrebbe apparire indiscreta, ma che ci sembra fedele alle foto della sua piena giovinezza e maturità.

Egli era alto circa un metro e 64, con corporatura esile, quasi patita e priva di adipe.

Gli omeri archeggianti, il volto longilineo e le guance scarne, su cui pallidamente saltellava un sorriso sereno e spontaneo, gli davano un profilo di asceta, la sagoma diafana del santo.

Gli occhi, espressione diretta dello spirito, erano costantemente bassi e quando si fissavano all'altare erano d'un chiarore talvolta celeste.

Il mento aguzzo, con leggera fossetta, il naso un po' aquilino, le vene iugulari rilevate, i capelli brizzolati su una callotta cranica tesa ed una mediocre calvizie completavano le sfumature del suo costante ascetismo.

Le gambe lo rendevano, forse per un leggero appiattimento dei piedi che calzavano costantemente scarpe larghe e di seconda mano, dinoccolato nell'incedere, con passo incerto.

Pulito nella persona indossava vesti povere, rattoppate ma non sdruscite e tanto meno untuose.

Di primo acchito a chi lo avvicinava piaceva sommamente quell'estetismo di povertà, pulita, ordinata che infondeva simpatia e venerazione.

 

3. - La sua terra.

Veggio di Grizzana per chi vi sale dal versante del Reno dista circa 11 Km. da Vergato, là dove questa cittadina mandamentale si è rifatta signorile, rimarginando le ferite profonde, inflittale dall'ultima guerra tanto da ingoiare con le fabbriche e le case il greto del fiume.

Man mano che si lascia alle spalle la strada che ha tratti di erta salita, con gomiti arditi, il paesaggio è meno monotono e raggiunge il pittoresco, colà dove la strada è pianeggiante e offre la visuale del grazioso acrocoro di Grizzana. Le case linde e solatie di quella sede climatica, a 547 s.m. si profilano ridenti a distanza. Il panorama si spazia superbo nell'ampia chiostra dei monti vicini, dallo Stanco all’Ovolo, al Vigese. Seguendo a sinistra del paese la direttiva che conduce alla Chiesa Parrocchiale, aggraziata costruzione, messa a guardia e a ridosso del monte Fucicchio, si giunge al raccordo stradale per Veggio che, fattosi quasi subito angusto, diventa più malagevole e accidentato per i 3 Km. che separano dalla residenza Parrocchiale.

Il campanile alto, aguzzo, di Veggio osservato dal margine della carreggiata sembra stagliarsi solingo nel vuoto e accennare alla Chiesa che, dedicata a S. Giovanni Battista, gli si adagia vicino.

Appiattato, ad un tiro di sasso, dalla parrocchiale, dorme il borgo di «Castel vecchio», là appunto dove i Conti di Pànico, nel secolo XII, vi avevano abbarbicata la loro rocca.

Questa è la terra di Fra Gioacchino. Una terra di campicelli, ricavati da scampoli di querceti abbattuti, ai cui margini spuntano vive concrezioni silicee. E lungo le lingue arboree che il dissodamento ha risparmiato, all'ombra di quelle oasi di verde, sorgono i casolari, disseminati per i pendii.

« Campoluccio », la cui toponomastica deriva dall'etimologia dialettale « Campluzz », trae origine da una striscia di terreno ampia quanto la superficie d'un fazzoletto, era la casa dove alle ore 6 antimeridiane del 2 Febbraio 1875 nacque Enrico Nannetti, il nostro Fra Gioacchino.

 

4. - Il quarto di sette fratelli.

Attilio, Ernesta, Faustino, Enrico, Alessio, Umberto, Agrippina furono i bimbi che il Signore concesse, in premio del loro amore, ai santi coniugi Eugenio Nannetti e Carolina Battistini.

Il pensiero di allevare sette figli sani e robusti doveva certo preoccupare i coniugi Nannetti, dato che il poderetto di «Campoluccio», di proprietà del benefizio Parrocchiale di Grizzana, coltivato a mezzadria, forniva lo stretto necessario. Non si poteva gavazzare; tanto più che la vita nazionale, nel suo tenore alimentare e dietetico, stava allora uscendo da una generale carestia, di cui il massimo di recrudescenza si era ottenuto con la legge sul macinato; le nostre campagne stavano avviandosi verso più umane condizioni economiche con le riforme di Agostino Deprelis.

Quante volte Fra Gioacchino ricordava che in settimana nei giorni di lavoro si mangiava solo pane di segala e di domenica pane di grano e che la polenta era l'alimento base.

Nonostante le ristrettezze, i figli di Eugenio e Carolina Nannetti crebbero vispi e asciutti, perchè la benedizione del Signore era con loro. Furono formati ai principii cristiani col massimo scrupolo. Appena venuto alla luce il piccolo Enrico nello stesso giorno, senza riguardo alla rigidità della stagione, fu portato alla Parrocchiale di Veggio, dove il Parroco Don Federico Milani lo battezzò, presenti il babbo del neonato e la santola Rosina Sabioni.

E raggiunti i sei anni Enrichetto, col suo bel vestitino nuovo, nella luce smagliante della piena estate ritornò alla Chiesa di Veggio, il 19 Luglio 1881, per la Santa Cresima che ricevette dal Card. Lucido Parrocchi.

Tutto fa pensare, secondo la prassi di quel tempo, che quando stette per uscire dalla puerizia si accostasse alla Prima Santa Comunione.

Intanto egli stava frequentando il corso della Scuola Elementare presso il capoluogo di Grizzana. E quei primi elementi d'istruzione gli furono il viatico per tutta la vita, sufficiente a leggere correttamente i suoi libri di devozione o a tracciare senza fatica la sua firma quando ce ne fosse stato bisogno.

Il giovanetto Enrico cresceva buono, virtuoso, alieno da quelli che potevano essere i sogni e i propositi giovanili d'una vita avventurosa. Coltivava per il nonno un devoto ricordo che piaceva descriverlo nato negli anni in cui al canto della Marsigliese discendevano in Italia i soldati di Napoleone.

I fratelli Nannetti poi parte si accasarono, parte si avventurarono per il mondo, in cerca d'una sistemazione.

La morte poi fece invece la sua parte, dura ed inesorabile; colse Alessio, arruolatosi carabiniere, mentre prestava servizio in Romagna e strappò Umberto alla vita e alla speranza d'un ritorno, proprio alla vigilia dell'armistizio nella prima guerra mondiale. Faustino s'era stabilito a Savona, Attilio, il primogenito, mandava avanti il poderuccio; delle sorelle una s'era già maritata, l'altra si sarebbe accasata più tardi. Ed Enrico? Giunto all'età di 23 anni affidò la soluzione del problema del suo avvenire alla cara Madonna di S. Luca che ogni anno veniva da Veggio a pregarla. Ed Essa, tramite il consiglio d'un santo sacerdote, Don Fidenzio Melimi, gli aprì la via più sicura ed onorata, ma anche la più impegnativa : quella del Convento.

 

5. - Amico e benefattore: Don FIDENZIO MELLINI.

Se vi era una persona popolare che per la bonomia, per lo squisito senso pratico era riuscito a penetrare nella simpatia e devota stima di tutti, fedeli e confratelli insieme, che ospitava quella larga zona che da Vergato giunge a Granaglione, era senza dubbio l'Arciprete di Salvaro, Don Mellini. Parroco di quella popolazione del Comune di Grizzana dal 1891 al 1949, cioè sino alla morte che lo colse ad 86 anni nel natio Borgo Capanne di Granaglione il 1° Marzo 1949, godette la popolarità acquisita e la sincera e profonda estimazione dei suoi superiori, i cinque Cardinali Arcivescovi: Battagliai,  Svampa, Della Chiesa, Gusmini, Nasalli Rocca, fino al grado superlativo di essere chiamato « il Vescovo della montagna ».

In occasione di sagre, in cui convergevano molti altri sacerdoti, la presenza di Don Melimi, che intanto era stato elevato alla dignità di Monsignore e a quella di Prelato domestico di Sua Santità da Benedetto XV che lo amava più che un figlio, era immancabile e i fedeli ne esperivano la bontà attraverso il sacro ministero da lui svolto. Quel Prete dalla mantelletta paonazza, nel cui volto sorrideva la gioia e il piacere di fare il bene a tutti, diceva che il cuore egli lo aveva sul labbro e la grazia gli brillava negli occhi.

Fin da quando egli prese la cura dì Salvaro si mise a svolgere una grande opera benefica per i Padri della Chiesa dei Servi di Bologna. Quando scorgeva qualche ottimo elemento atto e compatibile alla vita conventuale, lo sapeva indirizzare a quella nostra casa di formazione, certo di far cosa graditissima a quei Religiosi.

Ai Servi di Bologna lo tenevano legato vincoli di fraterna amicizia col superiore, il Padre Giuseppe Maria Bellucci e cogli altri confratelli, il Padre Luigi Maria Tabanelli, il Padre Amadio Maria Brugnoli e il Padre Giuseppe Maria Albarelli. Quando da Salvaro scendeva a Bologna, il recapito lo aveva prescelto nel Convento dei Servi dell'ex-via Magarotti, ora via dei Bersaglieri, e sapeva non solo di trovarvi pronta ed arredata una stanza, per dormirvi (leggo la Cronaca dei Servi: « 20 Gennaio 1903. Abbiamo avuto per ospite Don Fidenzio Mellini, Arciprete di Salvaro, nostro benefattore... ». 27 Gennaio 1903. L'Arciprete Don Mellini ha passato un punch a tutta la Comunità in onore del Padre Agostino Maria Bellezze in procinto di partire per Budrio dove è stato assegnato di famiglia »), ma di ricevervi tutto l'abbraccio fraterno e sincero di quei Religiosi.

I buoni uffici di Don Mellini verso i Padri di Santa Maria dei Servi furono soprattutto d'una squisita cordialità, quando si trattò di ospitare a Borgo Capanne di Granaglione i loro giovani studenti per le vacanze estive dal 1902 al 1904. La presenza dei nostri Padri in quella ridente zona montagna tosco-emiliana era stata accompagnata da una fioritura splendida di vocazioni, i cui soggetti, alcuni ancor vivi, stanno inoltrandosi oltre il traguardo della senilità, come i Padri Giacomo Maria Mattioli, Michele Maria Lorenzini, Missionari di santa fama popolare che reduci dalle foreste impervie dell'Amazonas ora preparano i giovani nei nostri Collegi Brasiliani a più vaste fondazioni apostoliche, come il Padre Benedetto Maria Marconi che diede il fior delle sue energie giovanili alla formazione morale ed intellettuale dei nostri giovanetti negli anni che fu il Primo Maestro di Ronzano. E chi può dimenticare altre due figure sublimi di sacerdoti, figli della stessa terra di Don Mellini e che tanto onorarono l'Ordine della Madonna? Cioè il Padre Giovannangelo Maria Borgognoni, Parroco a S. Martino di Senigallia, Superiore Provinciale per tre trienni consecutivi, Giudice ed Esaminatore Pro-Sinodale della Curia Arcivescovile di Bologna e il compianto Ecc.mo Mons. Giulio Maria Mattioli, Vescovo Prelato dell'Alto Acre e Purus, l’apostolo dei « seringueiros », gli umili operai della gomma, e degli « Indios Tuculinas »?

Molti furono i giovani iniziati, diretti e consigliati da Don Mellini alla vita religiosa e fra questi il nostro Enrico Nannetti, che sentì confermate e definite con più precisi particolari le notizie su l'Ordine della Madonna da qualche padre giovanissimo, quali i Padri Tabanelli o Mezzofanti che in quegli anni, per ragioni di ministero potevano praticare la Parrocchia di Salvaro e le zone limitrofe.

Dunque Don Mellini, nel procurare al buon giovane di « Campoluccio » le lettere commendatizie, lo raccomandava caldamente al Padre Giuseppe Maria Bellucci, Superiore del Convento dei Servi in Bologna, pienamente fiducioso nella riuscita del suo candidato.

Il momento del distacco avvenne una mattina di Ottobre del 1898. L'addio dai genitori e dal fratello Attilio fu doloroso, sanguinante come l'amputazione d'un arto. La mamma Carolina abbracciò teneramente quel figlio, il più caro, augurandogli le più affettuose benedizioni, mentre lui per non tradire le lacrime che già gli bruciavano gli occhi, prendeva di buon passo la scorciatoia che lo portava a Vergato, dove prendervi il treno per Bologna, mentre già si schiariva l'alba di quella giornata di Ottobre del 1898.

 

6. - Anno d'acclimazione. Bologna, 1898 -1899.

Enrico Nannetti si presentò al Superiore di Santa Maria dei Servi, Padre Giuseppe Maria Bellucci, spirito delicato, dolce, sempre aperto all'ottimismo. Questi indisse subito il Capitolo Conventuale per l'accettazione giuridica, l'11 Ottobre 1898. L'adunanza, presieduta dal Padre Bellucci, era riservata ai Padri vocali, Giribaldi, Tabanelli, Brugnoli, Rinaudo, Ceriani che alla votazione segreta conversero l'unanimità dei suffragi, autorizzando il bravo giovane a rimanere.

Era consuetudine allora che il candidato, per un mese circa vestisse gli abiti borghesi, poi dovesse indossare il « tonachino » o la sola veste con la cintura di cuoio e la corona dell'Addolorata ai fianchi. Tale fu la prassi per Enrico. Il 1° Novembre 1898, alle ore 15, nella Sagrestia dei Servi, all'altare di S. Giovanni Battista, avvenne questa prima parziale vestizione per le mani del Padre Bellucci, il quale impose al giovanotto il nome religioso di Fra Gioacchino, come fosse stato una onorevole sostituzione o una espiazione ed ammenda di quel nome di battesimo che rispondeva a quel grande Enrico, santo ed imperatore del Sacro Romano Impero. In realtà fu solo un rituale ossequio alla consuetudine e al nome di quel Beato Gioacchino Piccolomini, campione di pazienza invitta nella sofferenza del mal caduco, spentosi nel 1305, dopo aver onorato l'Ordine dei Servi per 33 anni, trascorsi quasi interamente nella nativa Siena.

Il giovane Nannetti cambiò dunque nome in un giorno di particolare gioia per i Frati dei Servi; quel martedì del 1° Novembre 1898 veniva festeggiato il venerando Padre Giovannangelo Maria Ceriani per la sua ricorrenza onomastica, rimandata a causa degli Esercizi Spirituali che avevano impedito di celebrarla il 25 Ottobre, mentre il Chierico Professo, Fra Giovanni Maria Pioppi, ancor vegeto nelle sue 87 primavere e venerato decano della nostra Provincia Religiosa di Romagna, emetteva la Professione dei Voti Solenni, un qualche minuto prima che il Nannetti indossasse il « tonachino ».

Nel rileggere le « Cronache » di quegli anni si rileva che un bel gruppo di giovani si prestava per i lavori nel Convento dei Servi. Erano sette Religiosi Conversi, dei quali tre già vincolati da voti, Carlo Sgarzi, Girolamo Alvisi, Bonfiglio Arnolini, e quattro in via di probazione, Sostegno Laboranti, Gioacchino Nannetti, Antonio Sgarbossa e Andrea Marchioni; mentre due borghesi, Giulio Domenichini e Luigi Romagnoli, erano mensilmente retribuiti.

Che compito specifico era mai stato assegnato a Fra Gioacchino? Mentre la direzione della Sagrestia era in mano dell'Arnolini e quella della cucina era affidata allo Sgarzi, il Nannetti invece, ancora inesperto ed uno degli ultimi arrivati, doveva adattarsi ad un lavoro di « tutto fare »; era lo sguattero, lo scopino, l'acquaiolo; doveva portare la legna, per alimentare la cucina economica, mediante la carriola, da una baracca, detta « la casona », doveva sbucciare le patate, cribrare riso e fagiuoli, secernere l'insalata, correre nell'orto per gli ortaggi di primo consumo, portarsi in portineria, quando ad una certa ora il macellaio e il fornaio portavano la merce.

Poteva quindi dirsi estraneo a servizi da prestarsi in Chiesa? No certo! Aveva ormai appreso a servire la Santa Messa e tutte le mattine, seguendo un turno determinato, partecipava a quella delle 6; in circostanze particolari festive aiutava a suonare le campane a distesa; nei giorni che precedevano Natale, Pasqua e l'Addolorata, aiutava a spazzare la Chiesa, a lucidare gli ottoni delle cancellate, ad ornare della nuova suppellettile gli altari.

E tutto ciò lo compiva con squisito senso di premura e di oculatezza, senza chiasso e frastuono, con ordine e metodo, senza arruffio delle cose e degli oggetti che trattava, senza accidiose sbuffate.

Era costante sua prassi, ogni qualvolta si recava in Chiesa, di portarsi là dove c'erano le immagini taumaturghe dell’Addolorata e del Crocifisso. L'Addolorala dei Servi, dolcissima nell'espressione, piena di quell'arte emotiva che il genio di Angelo Piò le trasfuse, accoglieva la preghiera di Fra Gioacchino, il quale amava poi soffermarsi ancora presso l'altare del SS.mo Crocifisso: la sublime opera del Giambologna, che estrinseca da secoli il patos eternamente vivo della spirituale bellezza del Cristo morente.

 

7. - Prima destinazione. BUDRIO, 1899-1903.

Quando il Nannetli entrò nell'Ordine dei Servi di Maria, era l'Istituto retto, nei sommi quadri organici, dal Rev.mo Padre Giovannangelo Maria Pagliai mentre la Provincia Religiosa che aveva la sua sede direttiva in Bologna detta allora Provincia Picena, era giuridicamente rappresentata dal Padre Alfonso Maria Novella. Questi nel maggio 1899, venne avvicendato nella sua carica di Provinciale dal Padre Bonfiglio Maria Giribaldi, simpatica figura di paterna bonomia.

Il Padre Giribaldi comunicò a Fra Gioacchino, in data 18 Settembre 1899, l'obbedienza per il Convento di Budrio e di porsi alle dipendenze immediate del Superiore locale, Padre Filippo Maria Lappo, anima austera ed integra, non facile a compromessi con lo spirito evangelico della povertà.

Quivi Fra Gioacchino vi trovò quell'esempio vivo di nobiltà sacerdotale e di spiccata intelligenza e di generoso ardore che era il Padre Casimiro Ubaldo Cinti, Parroco di quella Parrocchia. Furono 4 anni di gradita esperienza, tanto più piacevole quanto più la stima e l'affetto lo legava al Padre Cinti, di cui fino alla morte conservò un'altissima stima e devozione.

Fu un'esperienza esperita non solo in cucina ma fuori, in campagna, nelle visite che talvolta il Padre Cinti faceva ai suoi Parrocchiani; allora il Parroco, per ovviare qualsiasi ombra di pettegolezzo, piacevagli prendersi con sé il nostro giovane religioso. E questi incontri, vissuti in epoca di esasperante anticlericalismo, Fra Gioacchino negli ultimi anni di vita talvolta li ricordava a noi alunni.

Trascorso un anno dalla prima vestizione, l'11 Novembre 1900, egli fu proposto ai Padri Vocali di Budrio, radunati a Capitolo, per la vestizione completa, su relazione del Priore, Padre Lappo. La votazione fu pienamente favorevole e il Padre Provinciale. Padre Giribaldi, col voto degli Esaminatori « pro recipiendis », i Padri Bellucci e Tabanelli approvò e convalidò l'atto giuridico della Comunità di Budrio; così il nostro confratello fu rivestito dell'abito nelle sue parti integre, scapolare, cappuccio e cappa, il 13 Novembre 1900.

Le giornate a Budrio trascorrevano veloci e piene. Al mattino, dopo aver servito la S. Messa Parrocchiale, in cui non ometteva di comunicarsi, usciva per il paese per la spesa giornaliera e appena rientrato accudiva al desinare. Talvolta doveva ritornare fuori per commissioni impreviste, su incarico del Parroco o correre alla porta dove spesso i poveri attendevano.

Nel pomeriggio poi si recava o in Via Viazza o nel quartiere Malcampo o nel quartiere Martella presso quei buoni e generosi coloni che l'Arciprete segnalava, per ritirarvi ciò che poteva essere utile ai Frati.

C'erano poi i giorni della pulizia generale nel Convento e dei locali addetti alle organizzazioni della Parrocchia.

Talvolta il lavoro si faceva più pesante, quando si trattava di sistemare la cantina, la legnaia e il granaio, nella stagione in cui si effettuava la questua dell'uva, del grano e delle fascine.

Un senso pratico di adattamento, di moderazione, di misura lo conduceva in queste attività e specie nei contatti con le persone laiche, pur sorridendo al loro caratteristico umore, non scendeva dal suo piano di dignità.

Chi si fosse inoltrato sotto il portico della residenza Parrocchiale e avesse varcato la soglia del portone che immette al Convento e alla Biblioteca Comunale, subito rilevava la sinfonia delle colonne rastremate del Chiostro e della loggetta in alto che, nella grazia dei brevi intercolumni, si elevava ridente.

Talvolta avrebbe egli sentito il cigolar d'una carrucola. Era Fra Gioacchino che da un ballatoio, ad angolo retto, all'altezza circa del primo piano, là dove si aprono i finestroni, col secchio di rame munito di una lunga corda, attingeva acqua dal pozzo sottostante.

Chi poi si fosse trovato in quell'antico e grazioso castello che è la cittadina di Budrio, dove la vita si svolge in un'area di case linde e signorili, disposte a scacchiera, dove le vie s'intersecano in eguale configurazione geometrica, avrebbe visto là dove il Convento di S. Lorenzo apre le finestre su Via Benedetti, quasi costantemente ogni mattina spalancarsi prima delle altre una finestra. Era Fra Gioacchino che si alzava. E quando la campana, la mezzana, azionata a mano da « Tugnein », vibrava i primi tocchi dell'« Ave Maria » dell'alba, Fra Gioacchino era già pronto per scendere in Chiesa.

 

8. - Noviziato e addestramento a MONTEFANO: 1903-1909.

Era allora Montefano un grosso borgo, ora invece ridente cittadina che apre i balconi dei suoi pittoreschi edifici sulla strada che da Macerata reca ad Osimo e in Ancona, per la discesa del Pinocchio. Quivi le prime memorie dei Servi di Maria risalgono al 1556. Il popolo chiama questi Religiosi « i Frati di S. Filippo », per la Chiesa da essi officiata, dedicata a S. Filippo Benizi. Da quando poi i giovanetti nostri vengono educati colassù la gente li chiama « i Fratini della Madonna ».

La devozione verso la Vergine Addolorata è sentitissima ed essa ha carattere plebiscitario di onoranze cittadine, quando avviene «la Quinquennale». Per quella circostanza la statua della Madonna è portata in processione su un apposito padiglione ricco di cornici e d'intarsi e la benedizione della regale ospite passa per le vie giulive di drappi e di festoni. La chiesa di S. Filippo che si eleva aggraziata e modesta a sfondo d'una piazzetta che ha la vivacità d'un campiello veneziano, in quell'occasione trasformata a uno sfavillio di luci elettriche riflette nella notte le linee e le modanature semplici e garbate della facciata.

Chiusa dunque la dolorosa parentesi delle ultime soppressioni o incameramenti, fu ripreso il Convento di Montefano nel 1896 e riportato ad efficienza, grazie alla generosità della Contessa Luigia Volponi.

Dai superiori del Capitolo Provinciale del 6 Giugno 1899 si deliberò di istituire in questa località amena il Noviziato e il primo Alunnato della Provincia Religiosa detta allora Picena, ora chiamata Romagna. La Congregazione Pontificia dei Religiosi con rescritto del 5 Agosto 1899 acconsentì al desiderio dei nostri Padri con la clausola che i giovanetti non fossero inferiori ai 14 anni.

Fra Gioacchino dunque il 4 Febbraio 1903 lascia il Convento di Budrio per recarsi ai Servi di Bologna dove il Padre Giribaldi gli consegna l'obbedienza per Montefano. Nel frattempo giunge da Forlì il confratello Fra Andrea Marchioni col quale la mattina del 6 Febbraio, in giorno di venerdì, raggiunge la nuova destinazione. Il Maestro, esile, minutino, il Padre Gioacchino Barbieri, accoglie i due giovani con squisita cordialità. L'11 Febbraio 1903 s'inizia formalmente l'anno di Noviziato; un tirocinio severo di preghiera, di metodico lavoro spirituale, di avvezzamento alle tradizioni e abitudini dell'Ordine abbracciato. La prova per Fra Gioacchino viene superata con la facile e rapida andatura dell'atleta, tanto negli anni precedenti si era invigorito nel bene. Allo scader dell'anno, l’11 Febbraio 1904 nelle mani del P. Tommaso Zanotto, Priore di quel Convento, emette la Professione dei Voti Semplici, assieme ai confratelli, Paolo Gabrielli, Andrea Marchioni e Casimiro Masina.

Se si eccettua una breve parentesi di alcuni mesi, trascorsi nel Convento di S. Martino a Senigallia, nella primavera del 1904, il soggiorno a Montefano si prolunga al giugno del 1909. Intanto la sua vocazione aveva raggiunta la stabilità canonica dei Voti Solenni che emise l’11 Febbraio nelle mani del Padre Zanotto; fu quello il perenne ed ultimo vincolo ed indissolubile nodo che legava i suoi 32 anni alla sacra famiglia dei Servi della Madonna.

Gli anni trascorsi a Montefano, sono i più ricchi per la formazione religiosa di Fra Gioacchino; sono i determinanti della spiccata personalità sua, della fucinatura del suo carattere.

E la ragione la troviamo nel diretto contatto col suo maestro, al quale egli cercava di avvicinarsi il più fedelmente possibile, di modellarsi con costanza e volontà.

Se è vero che il proverbio o la scienza aforistica riflette quasi sempre un fondo di verità, in quanto rispondente ad reale casistica, non è pretensione dire « qualis pater talis fìlius » ed è consequenziale affermare che quale fu il maestro, Padre Gioacchino Maria Barbieri, tale fu il novizio Fra Gioacchino Maria Nannetti. Fra i due oltre esservi omonimia, vi fu una ricorrente sinonimia di caratteri di sfumature morali.

Chi ha conosciuto il Padre Gioacchino, maestro dei Novizi nel 1903, concorda in questi accostamenti. Egli fu il calco su cui il novizio Nannetti abbozzò e plasmò la tematica dei nuovi lineamenti.

Il Maestro, minuto, bassotto, con lieve pronunciamento di rachitismo, fu di straordinaria bontà e virtù; paziente e tollerante come Giobbe, amava la solitudine, l'ascetismo dell'eremitaggio, con quella stessa sete con cui li andò sempre cercando Fra Gioacchino; umile e dimesso come Tobia il maestro rifuggì sempre da ogni larva di egotismo, con quell'assiduità con cui l'aborrì poi, giorno per giorno il santo cenobita di Ronzano.

 

9. - I dieci anni di BUDRIO : 1909-1919.

Furono essi  di  intensa, umile,  e generosa attività:  gli anni che amava rievocare che lasciarono un ricordo indelebile. Vi fu mandato dalla Dieta Provinciale del 25 Maggio 1909; potè giungervi solo la sera del 15 giugno. Il suo compito era di accudire alla cucina, però doveva coadiuvare Fra Casimiro Fili in altri lavori, quando in particolari circostanze personalità o forestieri, s'intrattenevano in Parrocchia o pernottavano in Convento. Se si stralciano le cronache di quegli anni, si rileva che inerte non poteva essere.

Erano giornate di emergenza in cui le capacità e le attitudini sue venivano seriamente messe alla prova sia per le esigenze e sia per il numero e l'alta classe delle persone partecipanti. Anno 1910: giubileo sacerdotale dell'Arciprete di Budrio, Padre Casimiro Ubaldo Cinti. Anno 1912, 14 Agosto: l'Arcivescovo di Bologna, Mons. Giacomo Della Chiesa, soggiorna col suo Vescovo Ausiliare, Mons. Bacchi.

Anno 1914. 11 Ottobre: il Vescovo di Forlì, Mons. Jaffei e il Vescovo Mons. Santi partecipano alla festa di S. Antonio di Padova. Anno 1916, 16 Agosto: giubileo Parrocchiale del Padre Cinti. Anno 1916, 12 e 13 Novembre: il Card. Giorgio Gusmini, Arcivescovo di Bologna, compie la visita pastorale.

Anno 1919, 20 Maggio: l'Economo Spirituale della Parrocchia di Budrio, Padre Prospero Gustavo Bernardi celebra il 25° sacerdotale.

Volti e figure, che si susseguirono nei dieci anni di sosta a Budrio, con quanto piacere Fra Gioacchino li rammentava. Figure di religiosi di forte quadratura morale, di alta fermezza d'animo che il popolo budriese ammirò, venerò e pianse quando essi, per imperscrutabile destino, uno dietro l’altro si spensero e in giovanile età. I nomi di questi li riporta il freddo marmo là in quel cimitero Comunale, mentre il ricordo delle loro virtù ancora riecheggia sul labbro dei più anziani ancora viventi: Padre Cinti, Padre Castellari, Padre Molinari, Padre Bortolotti.

Sopra tutti diletto, l'Arciprete Padre Cinti lasciò un solco profondo nell'animo del nostro religioso di vivo rimpianto, che si conservò inalterato per anni e anni; perché aveva vissuto l'umile converso le angosce della lunga agonia che spezzò il cuore di quel santo pastore, accanto al Padre Francesco Borri, e lo vide spirare alle ore 17,40 del 5 Maggio 1917  e  ricordò il  plebiscito  di  cordoglio  di  tutta  Budrio, quando a poche ore dalla morte, un corteo interminabile di cittadini, con più di 900 ceri accompagnò la salma nella Chiesa Arcipretale.

La devozione della Madonna era in lui tenerissima e negli intervalli di distensione, quando poteva inoltrarsi per le vie solitarie del quartiere dell'Olmo, sostava sempre presso quel Santuarietto e salutava prima la mamma divina e poi s'intratteneva con il Rettore, Don Giuseppe Baccheroni. Con ciò non è da credere che egli fosse un girellone, anzi poteva dirsi l'antitesi del girovago; e se quindi egli si muoveva voleva dire che c'erano le sue buone e sacrosante ragioni.

 

Talvolta si portava al santuario della Madonna di San Luca; il 28 agosto del 1916 vi si recò in compagnia di Fra Casimiro Fili; questo trasporto affettivo verso la Vergine di S. Luca sarà in futuro una delle più belle espressioni sue di spiritualità e gli sarà di viatico nei lunghi anni che fu a Ronzano.

Nel 1915, l'anno in cui l'Italia stava per scendere in guerra, egli fu chiamato a Veggio per una seria malattia che aveva colto la sorella Ernesta; giunse premuroso e angosciato alla « Stèccola » di Veggio il 16 Aprile e vi rimase sino al 24 di quel mese, fin tanto che la sorella non fu fuori pericolo.

Intanto però la sua salute era stata un po' scossa da sintomi reumatici, per cui su consiglio medico e per obbedienza del Padre Provinciale, Padre Amadio Brugnoli, gli furono riservati due mesi di cura elioterapica a Senigallia, dal 29 Giugno al 1° Settembre 1915. Fu questa la prima scampanellata di artritismo acuto agli arti inferiori e di quella podartrite di cui fu sofferente e lo rese inabile al servizio militare tenendolo così fuori dalla prima guerra mondiale.

 

10. - Ritorno ai Servi di BOLOGNA, 1919-1920.

Si apre per Fra Gioacchino un periodo di diretto contatto col centro, in cui i Superiori possono acquisire, con immediatezza, la conoscenza delle sue ottime attitudini. Il lunedì del 7 luglio 1919 lascia Budrio e l'11 seguente per disposizione del Capitolo Conventuale viene nominato cuoco e dispensiere del Convento di Santa Maria dei Servi di Bologna.

La Comunità dei Servi eccelleva allora per Padri di sommo equilibrio morale e di alta stima popolare. Il Padre Luigi Maria Tabanelli, Superiore Provinciale, teneva la cattedra di morale nel Seminario Regionale; il Padre Agostino Bellezze stava iniziando la grande e felice avventura dei restauri radicali alla chiesa dei Servi che dovevanle dare un volto nuovo prima alle rinnovate strutture ogivali nell'interno e nella cintura absidale. Il Padre Giuseppe Albarelli, anima fiera e dinamica, doveva di lì a pochi mesi assumere il Rettorato della nostra Provincia religiosa e giungere poi alla sua più grande iniziativa, che gli farà perennemente onore, l'acquisto del Collegio di Ronzano.

Per cui, vedremo che quando si tratterà di scegliere una persona adatta da inviarsi in mezzo ai nostri alunni il Padre Albarelli saprà orientare le sue preferenze su Fra Gioacchino.

 

11. - Un anno ancora a MONTEFANO, 1920-1921.

Il 6 Novembre 1920 gli viene comunicata l'obbedienza che deve avvicendare il confratello Converso, Fra Gioacchino Apolloni, nel compito di cuoco presso la casa di Noviziato di Montefano. Imperturbato egli fa le valigie e non appena giunge dalle Marche il suo omonimo, alle ore 9 del 12 Novembre parte per quella destinazione. Vi torna volentieri, sempre allegro e sereno. Non pensava che il cambiamento avesse carattere provvisorio. Il Padre Albarelli che in quei giorni stava maturando una delle sue più ardite imprese, la formazione cioè d'un Collegino in cui gli Alunni potessero essere accolti, anche inferiori agli anni 14, aveva radunato nel piano superiore del Convento dei Servi il primo nucleo di questi giovanissimi; ma dato la ristrettezza del posto e data la necessità di concedere quelle camere ai giovani Professi egli pensò di trasferire, provvisoriamente, il piccolo Collegio a Villa Giulia di Quarto Superiore nell'Ottobre del 1921.

E mentre gli alunni si ambientavano il Padre Albarelli che in un primo tempo aveva posto gli occhi su Fra Mariano Santinelli, spirito vivace, atto alle esperienze di parrocchia, revocò l'obbedienza, richiamandolo da quel luogo e rimpiazzandolo col caro Fra Gioacchino che il 23 Novembre 1921 partì subito da Montefano per Bologna e il 24 mattina, di buon'ora col nipotino Antonio s'incamminò per Villa Giulia, fuori Porta San Donato ad un'ora abbondante di strada.

Le giornate a Villa Giulia in un edificio isolato a un tiro di sasso dalla Chiesa Parrocchiale di Quarto Superiore, di proprietà dell'Opera Pia Zoni la cui residenza estiva era stata riservata poi alle educande delle Suore della Carità, si susseguirono fino al 25 Marzo 1922 con rapida e gioiosa serenità, fra la novità dell'ambiente e la vita chiassosa dei ragazzi. Qui gli alunni, quindici esatti, di cui il decano era Guerrino Gherardi, il compianto Padre Gherardi, erano assistiti ed educati da un Maestro di integra e possente dignità morale, di giovanile e fervente cultura, il Padre Benedetto Marconi.

Qui s'iniziò la vita nuova di Fra Gioacchino, a contatto diretto coi giovani, comunicando e riflettendo in essi, con quotidiana irradiazione, il calore e la luce delle sue virtù e questa diffusione si protrasse e s'intensificò, quando i suoi ragazzi si trasferirono a Ronzano.

 

12. - RONZANO, lunga e ultima tappa: 1922-1956.

Il colle di Ronzano, gentile rifugio e cenacolo di eremiti, di santi, di artisti, di scienziati, di poeti, di patrioti pure e di personalità politiche dell'Italia nostra Risorgimentale, non oltrepassa i m. 300 s.l.m.

Il Carducci che vi salì varie volte con un'espressione felice della sua potenza retrospettiva colse così i pregi ospitali di quel luogo: « Il colle di Ronzano, spiccandosi dai contrafforti dell'Appennino, quasi a vedetta — del dolce piano, che da Vercelli a Marcabò dichina — pare designato dalla natura per osservatorio meteorologico agli intelletti curiosi di essa o per rifugio agli spiriti che nei silenzi d'un grande aspetto di terra e di cielo cercano l'ideale e trovano forse il riposo ».

La sua stessa caratteristica morfologica, quasi di un grosso polipo, è la ragione prima che rende Ronzano, solingo e accogliente lontano dalle arterie frastornate dal rombo dei motori. Il suo nucleo centrale è dato dall'area su cui sorge l'ex-Convento dei Padri Domenicani e la Chiesa quattrocentesca, realizzati dall'Architetto Gaspare Nadi nel 1480; mentre due selle che divaricano come tentacoli scoscendono ad est verso l'Aposa e sud-ovest verso il Ravone.

Il fabbricato, basso, corroso dalla salsedine che erompe dai gonfiori dell'intonaco che qua e là vi fanno spiare il sasso vivo di cava e il laterizio svariato di molti secoli fa, pare inghiottito dal verde delle querce. E dagli squarci che tra un fusto e l'altro delle piante si aprono luminosi, sbalzano le finestre, minuscole, col graticolato delle inferriate. Ecco là quella spalancata della camera del Padre Vincenzo Orsini (il futuro Pontefice Benedetto XIII) e quella accanto, socchiusa, la finestra della camera di Padre Marco da Verona, la camera che fu di Fra Gioacchino.

La mura delimita l'orizzonte verso S. Luca. Da quello spalto di mattoni ormai di color ferrigno, sbocconcellati dallo stillicidio perenne delle intemperie, la mole rotonda del santuario della Madonna ti appare superba, arroccata, all'apice dell'ultima arcata del portico.

La quiete vi regna sovrana. Il giardino che fu già il chiostro del Conventino Domenicano riflette attorno la calda luce del sole che lo investe. Spicca in alto la cuspide dello sperone murario che contiene al centro la Chiesa che ti pare una nave proiettata nell'azzurro del cielo, mentre attorno, a filo di gronda, corre sobrio e leggero il fregio con mensole a T sovrastate da cotto a denti di sega. La torretta, o il campaniletto da cui parte la voce dell'unica «schilletta di Ronzano», domina quello scenario di alta serena spiritualità. Questo è il Convento di Ronzano che a tre secoli dal soggiorno dei Padri Domenicani le vicende della Rivoluzione Francese avversarono, riducendolo ad abitazione civile, in cui si susseguirono da quel lontano 28 Pratile del 1797 le proprietà De Lucca, Rodriguez, Gozzadini e Da Schio. Ma per l’intelligente sagacia del Padre Agostino Maria Bellezze che condusse a buon termine le trattative di acquisto, con firma del compromesso il 16 Febbraio 1922, Ronzano passò ai Servi di Maria.

La presa ufficiale di possesso si svolse il 19 di Marzo di quell'anno, nel giorno di S. Giuseppe. Alla cerimonia accorsero molti invitati, civili e religiosi. Da Villa Giulia i nostri 15 giovanetti, vispi e allegri, vi giunsero di buon mattino.

Solo Fra Gioacchino, umile, riservato, restio quasi al frastuono pubblicitario, non si mosse e rimase a Villa Giulia a guardia della casa, tanto più che doveva poi preparare la cena per i ragazzi che sarebbero ritornati in serata, dopo aver essi visto farsi presto sera in quel giorno di discorsi, di canti, di gioia e anche di lacrime per chi ne lasciava la padronanza.

A sei giorni da questa data, il 25 Marzo, sabato e festa della SS.ma Annunziata, gli Alunni, i soliti quindici, diedero l'addio per sempre a Villa Giulia e sul mezzogiorno raggiunsero il Convento dei Servi, dove fu offerto loro il pranzo, poi con le ali ai piedi ripresero la via per Ronzano, con l'aria un po' boriosa di padroni. Fra Gioacchino indugiò ancora qualche ora a Villa Giulia per ultimare le consegne della casa alle Suore di Carità che vi sarebbero poi subentrate in Giugno con le loro Educande, e ad inoltrato pomeriggio, quando già le ombre calavano dense e nere sulle cuspidi dei secolari cipressi di quel colle, egli, umile fraticello, inavvertito, varcava la soglia del Conventino.

 

 

II

Ronzano, cara ed ultima mèta

1922 - 1956

 

1. - Quel pomeriggio d'Ottobre!

Ronzano, anno 1922! Quant'era tepido e malinconico quel pomeriggio di Ottobre, quando mio fratello Valerio mi accompagnò in Collegio! Si era partiti all'alba, chiotti chiotti, là dove la comunale scendendo pianeggiante da Loiano si fa tortuosa nel lasciare gli ultimi caseggiati di Bibolano, prima di raggiungere il fondo valle del Savena. La visione dolcissima di mia mamma, quel suo sussurro di addio, quel tenero abbraccio, la mia abitazione che nel voltarmi indietro sparve, come ingoiata da un verde di olmi e di pioppi, con guizzi ripetuti e ostinati si susseguirono nella mente, finché si girò per Bologna.

Nel pomeriggio si salì a Ronzano con la signora Vergnani, mamma di uno di quegli alunni.

Ho ancora negli orecchi lo squillo, delicatamente marcato, della campanella di portineria. E il Padre, alto, signorile, con la papalina sul capo, il Padre Benedetto, ci accolse, introducendoci per un corridoio, dall'impiantito a mattonelle rosse esagonali.

Rivedo ancora su un tavolo una enorme cucuma da caffè, una dozzina di lumi a petrolio, una statuetta in gesso di Dante, dall'indice puntato sul mento, dalla grinta austera.

Venti giorni dopo avveniva la « Marcia su Roma ». Giorni di attesa, di ansie, di perplessità per la vita nazionale.

Il 23 di quel mese si scese ai Servi e ricordo ancora in Via S. Stefano, all'altezza di Via Guerrazzi, l'ondeggiare d'un gagliardetto, mentre per l'aria correva il ritornello: «Che m'importa della galera! — Camicia nera trionferà!».

E intanto, zitti, inavvertiti, sgusciando il corteo, si ritornava a Ronzano, con le ali al piede ed un certo vuoto allo stomaco e si pensava a quei quattro fichi secchi che Fra Gioacchino stava in quel momento scodellando sui piattini di alluminio, allineati, cinque per fila, sul tavolone di rovere, al lume del lanternino a beccuccio ricurvo.

 

2. - Croste e crostini.

E quando si arrivava, i due refettorieri di turno cui era affidato il compito di mettere l'acqua in tavola, scendevano in cucina e a gran voce: — Fra Gioacchino, siamo qui! — E lui, flemmatico, togliendosi gli occhiali a molla e nell'atto di riporre il libro di devozione in uno dei due cassetti del tavolone, diceva: — Già! Bravi!

Mentre i ragazzi, brandendo i secchi pel manico, li roteavano su per le scale come campane, egli soggiungeva: — Adagio, ragazzi! Non fate del bagno! —

Era poi la volta del pane in tavola. I ragazzi tornavano; affondavano le mani in due enormi ceste di vimini, dove coperto da un telo, si conservava il pane. Egli allora osservava:

Prima il vecchio! E poi il fresco! — e alzando la voce:

I crostini li prendo io! —

Le croste, le friabilità, le briciole, che si staccavano nel fendere le pagnotte, egli le raccoglieva, selezionava le porzioni più rilevanti per sé e le altre per le galline.

I crostini, gli avanzi sbocconcellati se li riservava come biscotti. Aveva una ciotola, ampia, dal fondo verdognolo, la riempiva d'acqua, v'immergeva i minuzzoli di pan secco e, con una forchettina a manico di legno, li rimoveva ogni tanto. Così si preparava ogni giorno quel manicaretto di pan bagnato.

 

3. - Zuppe e minestroni.

Oh le zuppe e i minestroni ammanniti da Fra Gioacchino! Quanti saranno stati in 34 anni di lavoro a Ronzano? Erano la sua specialità gastronomica. Il preavviso ci era fornito da quell'odore acre di cavolo cotto che risaliva su dalle scale e invadeva le aule scolastiche.

E le pappine che si faceva per sé? Sprovvisto di denti, fin dalla giovinezza per una disavventura d'uno pseudo odontoiatra che, per estirpargli un molare cariato, gli cavò alcuni sani, egli si era abituato a minestrine, diluite, brodose di anellini e stelline e al « purè » di patate. Spesso poi coi rebbi della forchetta schiacciava una patata bollente, preparandosi così il contorno preferito per il secondo.

E la carne? Ne faceva poco uso e se ne prendeva, erano brincelli di nervi di bue, minuzzoli, ricavati da ossi spolpati, trinciati con la lunetta. E le pere cotte? Parte bollite in apposito calderotto, parte arrostite al forno su lamieroni rettangolari erano la sua frutta preferita.

E il vino? Sempre diluito e pochissimo. D'estate era solito rinfrescarsi con un paio di bicchieri di acqua del Tettuccio.

Tale era il suo regime dietetico da anni applicato alla lettera.

 

4. - Le posate belle.

Quando giungevano degli ospiti di riguardo, i due alunni, addetti a preparare per essi la mensa, si mettevano in moto e per prima cosa correvano da Fra Gioacchino a chiedere le posate belle. Allora accadeva una scena umoristica; egli si ritirava in camera, chiudendo subito dietro la porta. Guai se avessero adocchiato dove le teneva! Intanto ai due che stavano fuori giungeva un fruscio di carta e un rumore metallico; quando poi le consegnava, palleggiandole sulla palma della mano, con la scrupolosa attenzione con cui si maneggia un cimelio: — Attenzione! — aggiungeva.

Oh i memorabili momenti quando noi alunni, per turno, due ogni giorno, rigovernavamo piatti e stoviglie! Su quel secchiaio di grossa pietra serena, che lo scalpello aveva staccato chissà da che montagna, erano appaiati due grossi catinoni; in uno si effettuava la prima lavata, nell'altro la sciacquatura. Ricordo che egli ci aiutava a rimboccare bene le maniche oltre il gomito; il guaio era che l'acqua del secondo recipiente era bollente e noi talvolta le stoviglie le facevamo cantare per non spellarci le mani, allora egli con delicatezza ci arrivava alle spalle e:

 — Non strapazzatele così! — diceva — Cantate voi e non i piatti! —

D'altronde questo era uno dei pochi rimproveri che credeva in dovere di farci.

Allorché d'inverno gli stufieri passavano dalla cucina, di ritorno dalla legnaia, con enormi bracciate di legna, tali da seminarne un po' dappertutto, egli con un certo amabile disappunto, quasi spiacente che tanto combustibile se ne andasse presto in cenere, esclamava:

Ma possibile tanta legna! —

Però questo lo diceva non perché anch'egli non desiderasse che i ragazzi studiassero in un ambiente caldo, ma perchè temeva che la sua cucina economica ne rimanesse sprovvista. Questa egli la amava, come un macchinista è affezionato alla sua locomotiva. La teneva sempre in efficienza; talvolta ne faceva la revisione generale, togliendo dai suoi meandri incrostazioni e caligine, ne seguiva tutti gli sbuffi e le vibrazioni, interpretandone le esigenze con, sollecita cura.

 

5. - I manometri del motore.

Costante, quasi eccessiva era la sua premura e vigilanza per i motori ad energia elettrica, installati in cucina che azionavano l'impastatrice e la motopompa.

Talvolta la « tre fasi » che alimentava il motore del pozzo denunciava sul quadrante dei manometri, oscillanti malamente, che era subentrata qualche avaria; allora egli iniziava un travaglio angoscioso; correva, girando di qua e di là. finché non avesse trovato un Padre esperto. Se si era durante le lezioni di scuola, deponeva l'innata timidezza, bussava, ribussava alla porta e quando il Padre aveva rimesso la valvola e l'acqua risaliva vigorosamente e usciva frizzando dal rubinetto, allora, oh! come era contento e come rideva soddisfatto.

A proposito di rifornimento idrico, nel periodo estivo ricordo che quando si andava profilando all'orizzonte qualche temporale e da S. Luca (questa era la costante direttiva di abbondanti rovesci) i nembi neri e grevi si accavallavano, a marcia serrata, su Ronzano, egli ciabattando su per le scale di cucina, entrava in giardino, brandendo la scopa e a colpi secchi, frettolosi, mentre l'odore salso della polvere, battuta dai primi goccioloni già si elevava, spazzava ben bene la cunetta in cemento, dove convergevano i doccioni, e all'altezza dell'orifizio, là dove l'acqua s'immetteva nella cisterna, opera magnifica di Mastro Gherardo di Alessandro di Bologna che la portò a termine nel 1487 per 104 lire, egli sostava e si compiaceva nel contemplare quel deflusso di acqua gorgogliante ed esclamava: — Anche quest'anno non si muore di sete! —

 

6. - Batterie di pentole e tegami.

In cucina egli era il re e nel suo regno s'interessava di tutto, purché noi stessimo bene e fossimo allegri e contenti.

Se in lui c'era un certo rammarico, ciò avveniva per la gran roba che ci andava e per quella che talvolta sciupavamo. Questo rincrescimento non era tanto per vedere che nella dispensa, ogni giorno che passava, si faceva un gran vuoto, ma perchè il nostro sciupio finiva per offendere la Divina Provvidenza, cui tutto si doveva in quegli anni, un po' magri e carestosi. Quando in cucina ritornavano, dopo le refezioni, i piatti ben puliti, concludeva che avremmo mangiato anche i chiodi ma il suo uomo di fatica, Aurelio Vaccari, andava più oltre, col dirci che avremmo fatto fuori anche i portoni dell'Inferno.

Tutto a suo tempo e luogo egli sapeva utilizzare. Il pan secco rimasto, se era di molto, lo passava a cena in zuppa d'erbe. La carne, scadente per il lesso, cui s'immaginava che noi avremmo fatto il niffolo, la convertiva in polpettine sugose. E ogni cosa, cui pensava una possibilità prossima di utilizzazione, egli la riponeva in una batteria di pentole e tegami allineati su una mensola. Oh i pentolini, le tegliette di Fra Gioacchino! C'erano quelle per le olive, abbacchiate dai 18 olivi di Ronzano, che egli solo sapeva mettere in salamoia e che quasi ogni giorno scrollava, pigliando le pentoline per i due manici. C'erano quelle per i sottaceti, per i grassi non commestibili che trasformava poi in sapone.

 

7. - Sapone e pomodoro.

Chi l'avesse visto lavorare per la composizione di questo elemento detersivo insostituibile, ne rimaneva colpito. La sera prima egli si faceva procurare la soda e quella che egli chiamava la «dose» e il mattino di buon'ora là nel cortile spiccava già sulla fornacella il paiolo fumante, mentre noi dalle finestre delle camerate, nell'atto di vestirci, sbirciavamo con una certa invidiuzza, pensando: — Beato Fra Gioacchino che non ha né Latino e né Matematica! —

Intanto sopraggiungeva la Regina Bartoli, lavandaia e sarta del Collegio, un donnone, oltre la sessantina, dalle spalle massicce, col fazzolettone in capo a scacchiera bianco rossa, che con enorme palo in mano, l'asta achillea di omerica memoria, lo faceva passare sotto il manico arcuato di quel cupolone di rame, rivoltato, e mentre suo marito, Domenico, da una parte con lei, diceva: — Forza! Uno, due, tre! Via! — dall'altra Fra Gioacchino con Aurelio alzavano di botto e adagio, cautelativamente, senza che il ranno fumante schizzasse fuori, lo portavano in un angolo del cortile per il raffreddamento. E il giorno dopo l'operazione proseguiva; giungeva Aurelio con alcune assi, assai larghe e lunghe e Fra Gioacchino affondava un coltellaccio da macellaro in quella pasta solidificata e ne trinciava blocchi rettangolari che l'uomo da fatica deponeva sulle tavole.

Ma l'occupazione singolare e più impegnativa per Fra Gioacchino era la lavorazione della conserva di pomodoro, in cui egli era tutto: direttore, maestro, tecnico, responsabile.

L'apparato era un po' complesso; da una parte un tavolone, al cui margine era fissato un torchietto, uso tritacarne; più in là alcuni bigonci da cui si travasano i pomodori lavati, rubizzi, privi del picciuòlo con un colatoio di rame e si calavano lentamente nel paiuolo, posto laggiù dove Fra Gioacchino temperava l'alunno fochista, perchè le fiamme non lambissero all'esterno le pareti del recipiente e l'alunno addetto a rintuzzare il bollore dei pomodori e a schiumarli quando effervescevano.

Che poesia quando ci si attaccava alla manovella del torchietto e si girava vorticosamente e dalla spirale usciva la buccia pressata, mentre il succo, sanguigno, polposo, a stillicidio, cadeva nell'apposito bigoncio! Che festa in quei giorni di Settembre!

 

8. - Le cartoline usate.

Credo che in vita sua raramente indossasse abiti e calzature nuovi, come si dice, di zecca.

La suppellettile sua, spessissimo, era già passata per altre mani, o perchè era servita a confratelli defunti o perchè era stata scartata come troppo logora e inservibile. Essa presentava molte toppe e rammendi; la talare poi, il più delle volte, aveva un colore stinto e sbiadito. E' risaputo che nel 1953, in occasione del 50° di Professione dei voti, custodiva ancora la tonaca bella del noviziato che dal 1903 gli era servito nei giorni festivi e nei suoi brevi viaggi.

Per queste sue nozze d'oro si riuscì a fargli accettare una veste nuovissima e fargli calzare un paio di scarpe pure nuove fiammanti; la prima accolse di buon animo ma le altre le calzò solo per quel giorno e poi le ripose nel cassettone, preferendo poi un paio che furono del compianto Padre Agostino Maria Bellezze.

Sorprendente dunque era in lui il senso di adattamento, per cui tutto gli bastava, purché fosse decente e pulito. Ricorderò sempre come negli ultimi anni era solito chiedermi delle cartoline usate che egli poi le infilava nelle scarpe come mezze suole; senza dubbio a ciò lo muoveva un desiderio di risparmio e anche un ripiego alla aponerosi plantare di cui era sofferente.

 

9. - Pazienza certosina.

Non trascendeva mai in litigi e tanto meno si trascinava in dissidi clamorosi. Le osservazioni le sapeva fare a tempo debito e con tatto. Le persone che entravano un po' nell'orbita del suo mandato di sorveglianza e responsabilità erano oltre gli alunni che saltuariamente capitavano in cucina per il disbrigo di mansioni, determinate dal Maestro, il Padre Benedetto, erano quei giovani aspiranti Conversi o alcuni uomini anziani che si prestavano per occupazioni saltuarie, giunti temporaneamente dalla montagna oppure che erano incaricati per tutto l'anno a specifici lavori. Il carattere di questi spesso era diametralmente opposto al suo e le loro abitudini talvolta non si confacevano molto ad una vita di convento, per cui egli doveva intervenire, segnalare ai Superiori ogni inconveniente.

Oh! le spassose discussioni di Aurelio Vaccari, tipo curioso e bizzarro che univa alla cordialità una loquacità saltellante, scoppiettante in risatine talvolta grulle. Questi era l'uomo di fatica, venuto dai monti di Qualto, che ogni mattina doveva accendere la cucina economica; senonché erano scenette allora divertenti. Ora il fumo apocalittico, ora il latte in ebollizione che usciva dalle pentole, ora il fuoco che ruggiva sotto la caldaia riarsa e priva di acqua mettevano alla prova la pazienza certosina di Fra Gioacchino ogni qualvolta, dopo aver ascoltata la Santa Messa, scendeva in cucina. Erano queste le sorprese che egli con la perfetta letizia accoglieva, finendo per sorridere e compatire quel povero diavolo di Aurelio.

Ricorderò sempre il pomeriggio del 5 Gennaio 1925. Erano esatte le 14,30 e noi alunni si attendeva lo squillo di campanello per la lezione pomeridiana, quando sentimmo acuta, stentorea, la voce di Aurelio che gridava: — Fuoco! Fuoco! —

Fu un guizzo di folgore che ci fece trasalire tutti. Ci precipitammo in legnaia, ma ormai troppo tardi; per la scala divampavano le fiamme, per il risucchio della corrente. Che ore di trepidazione, di panico e di sgomento furono quelle! Fra Gioacchino in quel trambusto si attaccò alla campanella della torretta, suonandola con forza. Accorsero i contadini vicini; intanto i pompieri, giunti prontamente da Bologna, domarono l'incendio.

 

10. - L'inginocchiatoio impagliato.

Oh! la cappella di Ronzano. Un autentico gusciarello tranquillo, caldo, in cui le pareti palpitano e ridono alla luce diafana, policroma, degli affreschi dell'Aspertini e del Bagnacavallo. L'amabile volto della Vergine sul trono, il profilo scarno, affilatissimo, di S. Bernardo da Mentone, la spavalda falcata del cavallo di S. Martino sono sempre state le immagini, soffuse di poetica immediatezza, che ci accompagnavano nella preghiera.

Però un'altra immagine, in cui si stemperava l'angelica modestia, c'era dato di vedere; un volto delicatamente ossuto su cui trascoloriva ora pallida, ora chiara come l'ambra, il riflesso della grazia noi, in determinate ore del giorno, là in quell'angolo, riservato a lui, che nessuno mai avrebbe osato occuparlo, lo vedemmo per 34 anni!  E quel profilo, rimpicciolito quasi dal cono d'ombra, da sembrare un tutt'uno con la parete, era Fra Gioacchino!

Ci piace ancora di vederlo fermo, fisso, immobile su quell'inginocchiatoio impagliato e l'occhio puntato sul tabernacolo.

Sulla parete di fondo, ad ancona del piccolo altare, sotto cui l'urnetta delle fragili ossa della Beata Diana D'Andalò e delle compagne Cecilia ed Amata scuote la polvere dei secoli, campeggia la tela del San Giuseppe di Luigi Crespi, il Canonico, nelle cui dolci e vigorose movenze ricorre il tema, e vi sboccia il sorriso, di bimbi in colloquio.

E Fra Gioacchino, chissà le quante volte, con lo sguardo avido, puntato a quell’idillio di angelica freschezza, come un'ape sul fiore, traeva il nettare che ogni giorno sempre più lo irrobustiva.

Erano lunghe ore di preghiera, di meditazione, di colloquio col Signore. Nessuno ha mai saputo a che ora si alzasse al mattino e che ora alla sera si coricasse. Il fatto è che quando noi d'inverno si schiamazzava in sala e d'estate si ruzzava pei prati, egli, finito di rigovernare in cucina, col suo lanternino a beccuccio ricurvo, acciabattando per i corridoi, con lieve tintinnio della corona al fianco, si ritirava in cappella. E il mattino? Quando si entrava in chiesa, con ancora gli occhi assonnati e l'algore della temperatura invernale pungeva alle spalle, vedevamo lui sempre incollato a quell'inginocchiatoio impagliato, come una sentinella nella garitta, e la sua compostezza aveva le movenze spirituali, altamente pittoriche, d'un angelo del Melozzo.

 

11. - La benedizione delle 18.

Chi avesse voluto comunicare con lui, era facile trovarlo o in cucina o in cappella o in camera. Talvolta in certi pomeriggi estivi era possibile trovarlo fuori all'aperto o seduto sul muricciolo antistante la Chiesina o nel cortile Nord prospiciente il Colle dell'Osservanza. Non stava lì ad oziare e a filosofare in astrazioni panoramiche, cui non era abituato e né aveva il costume, quantunque fosse sensibile a tutte le bellezze del creato.

Sceglieva quegli angoli ombrosi, nei periodi di afa, e amava ascoltare la lettura spirituale che gliela faceva uno degli aspiranti conversi, data la difficoltà di leggersi lui stesso un libro, per la vista che negli ultimi anni gli era molto calata. Ma i pomeriggi, cui egli da anni non mancava mai all'appuntamento e cercava di essere fedelissimo all'orario, erano nei giorni in cui la Madonna di S. Luca scendeva in città e ritornava poi al suo Santuario, quando ancora per Via dell'Osservanza si faceva la « Via Crucis » nel venerdì Santo e quando nella terza domenica di Agosto la Madonna di S. Bernardino dalla Chiesa dell'Osservanza veniva portata in processione a Villa Aldini. In queste circostanze egli usciva sullo spiazzo che guarda Bologna e, seminascosto dal fusto di una quercia, fissava attentamente l'orizzonte e, come mosso da ardore telepatico, assumeva un atteggiamento d'intenso raccoglimento.

Soprattutto dal suo terrazzo era puntuale alla benedizione delle ore 18, data con la cara immagine della Madonna di San Luca o a Porta Saragozza o in Piazza S. Petronio o in Piazza Malpighi.

Viveva la bellezza estatica di quell'ora con un tal convincimento entusiastico che commuoveva e pareva tendere in quegli istanti l'orecchio a dolci sussurri lontani, mossi da musica celestiale.

Partecipava in ispirito a queste sacre manifestazioni, dispiacentissimo di non esservi fisicamente presente; la debilità alle gambe glielo impediva di star per lungo tempo in piedi; si aggiungeva poi una ritrosia e resistenza a mostrarsi là dove vi erano ammassamenti di folle. Tuttavia il vivo desiderio di rendere omaggio all'amabilissima Madonna di S. Luca non lo lasciava tranquillo, finché non aveva compiuto anche lui il suo pellegrinaggio ai piedi di Lei.

Così tutti gli anni, nei giorni in cui la venerata immagine era esposta nella Metropolitana di S. Pietro, egli, sceltosi il mattino più opportuno, partiva prestissimo, a bruzzico, tanto da poter ascoltare laggiù la prima santa Messa; vi faceva la Santa Comunione, compiva tutte le sue devozioni e alle nove era di ritorno.

Questa annuale calata in città, che giustamente chiamiamo di devozione, egli la faceva sempre a piedi; però l'ultimo anno gli procurammo l'auto per alleviargli il disagio; sen nonché non lo rifornimmo neanche d'una lira, per procurarsi in chiesa una sedia. Per cui nonostante i suoi 81 anni e per l'innata timidezza a disturbare chicchessia egli si rassegnò a star in piedi per un paio d'ore.

Al ritorno, all'oscuro di questo suo incomodo e ignari di non aver procurato al confratello le rituali dieci lire, mentre ci complimentavamo con lui per il viaggetto compiuto, egli senza risentimento e con ingenuo candore confessò di essersi stancato come non mai, per non aver avuto appunto il coraggio di chiedere in prestito una sedia.

 

12. - Il terzo uomo.

Di autoritario non aveva nulla. La sua parola non soverchiava di certo; non conosceva l'arte o l'astuzia di mettersi in evidenza; non sapeva premere e forzare su la benevolenza altrui. Il suo esempio, una condotta limpida, cristallina, quanto il fondo di una polla freatica, era tutta la sua forza e la sua garanzia.

Per cui avveniva che quando il Maestro e il Sottomaestro si assentavano cogli Alunni o perchè si scendeva in città o perchè si facevano passeggiate, egli veniva a trovarsi il terzo uomo, adeguato, consono alla necessità del momento, cui si affidava e la custodia della casa e la sorveglianza su chi eventualmente rimaneva.

Ricordo le molte volte che per ragione di salute dovendo io rimanere a casa con altri compagni, mentre tutti gli altri si sentivano vociare e correre giù per la china, che dal Meloro conduce poi alla strada per Bologna, noi un po' ammusoniti, ci raccoglievamo intorno a Fra Gioacchino, si andava in Cappella e a un cenno di lui, il più anziano iniziava la corona dell'Addolorata e poi si compivano le altre pratiche o la « Via Crucis » o la « Via Matris ».

La consegna allora veniva ben definita; quando gli Alunni, i fortunati destinati a scendere in città, erano già rivestiti della divisa, a un colpo di campana ci radunavamo tutti nel corridoio di mezzo e il Padre Benedetto a noi che rimanevamo diceva: — Allora voi starete con Fra Gioacchino!

Quello stare con Fra Gioacchino voleva dire trascorrere in parte la serata in preghiera o nella lettura del libretto: « Grappoli d'oro della mistica vite del Senario ».

Oh! i commenti, le chiose, le impressioni sue come egli le faceva con un parlare perplesso, peritoso. Quando accennava al Senario e ai suoi luoghi sacri egli si animava di viva convinzione, per cui alla nostra fantasia quel monte ci sembrava lontano, riservato ai più fortunati, come un pellegrinaggio ambitissimo.

 

13. - Befana ed onomastico.

La squisita semplicità di lui appariva limpida, serena, ingenua, la sera della Befana. Il fracasso, il fragore quasi di cascata, che si suscitava in quella circostanza era immaginabile; la voglia dei pacchi dono, il desiderio di sapere a chi e come erano stati predisposti gli « scherzi » ci elettrizzava.

Mentre la sala si animava sempre più di chiasso e gli occhi nostri si puntavano sui pacchi, pieni di mistero, allineati su un tavolo, egli quasi sempre per ultimo entrava, col ben noto berrettino, cilindrico, a cencio, in testa.

Cercava di sgusciare in un angolo della sala, ma noi inesorabili lo travolgevamo con un interminabile battimani.

Il sorriso suo caratteristico, aperto, sincero, innocente, infantile, perchè modulato su una bocca senza denti, su quelle che erano state le due arcate dentarie, dava allora al suo volto il tocco della più simpatica amabilità.

Le ovazioni si raddoppiavano d'intensità, quando veniva estratto il suo nome. Egli allora si alzava, si toglieva il berrettino che cercava di celare sotto lo scapolare, e al fuoco di fila degli applausi, confuso, impacciato si avvicinava al tavolo dei superiori. Mentre col pacco sotto il braccio tornava al suo posto, noi, per fargli capire che in fondo gli volevamo un gran bene, anche se la nostra vivacità poteva aver raggiunto punte d'improntitudine, ci stringevamo intorno per complimentarci per i bei regali.

Che dire poi per il suo onomastico? Il 16 Aprile, festa del Beato Gioacchino Piccolomini, egli si vestiva a nuovo. Il Padre Benedetto, prima della S. Messa, teneva il discorsino biografico sul Santo del giorno e poi c'invitava a pregare per Fra Gioacchino e ad offrirgli la Santa Comunione. Ma il cerimoniale degli auguri si faceva unico e singolare al momento del pranzo.

A un cenno del Padre Maestro si apriva la porta che comunicava con la cucina, si spalancavano i due battenti, e mentre Fra Gioacchino si toglieva il noto berrettino cilindrico a cencio, e fra il vapore delle pentole v'era un istante di pausa, allora il Maestro dava il segnale al rituale battimani, che si prolungava in uno strascico interminabile.

In quel giorno onomastico riceveva dai Confratelli qualche cartolina d'augurio; erano questi spesso ex-alunni che lo ricordavano con affetto e venerazione. Egli se ne commoveva e ne era visibilmente commosso. Avrebbe voluto rispondere di suo pugno a questi cari Padri ma scrivere non gli era molto abituale, per cui mi pregava che gli usassi la benevolenza d'inviare una riga di ringraziamento a quei buoni e bravi Religiosi.

 

14. - Anno angoscioso.

Fu il 1926, in cui gli si accentuò una reumatalgia agli arti inferiori; le gambe non tenendolo più su avevano perduto moto e sensibilità. La cosa si faceva molto seria, specie dopo il consulto dei medici Savini e Gherardi.

Si provvide d'inviarlo a Budrio e ricoverarlo nell'Ospedale S. Domenico; colà il Prof. Testi, già rinomato in medicina interna e per la sua terapia energica ed efficace per forme acute reumatiche, si prese a cuore l'umile fraticello di Ronzano. In sei mesi, dal 10 Novembre 1926 al 30 Maggio 1927, si compì il miracolo della guarigione di lui. Sarà stato la sua grande fiducia che aveva nella Madonna, saranno state le nostre preghiere o le cure intelligenti del Prof. Testi, il fatto che egli ritornò a Ronzano rinato, rifatto nel suo apparato articolatorio.

Di questo egli ne serbò eterna gratitudine alla Vergine SS.ma. Chi avvicinò allora Fra Gioacchino e gli fu accanto nella corsia dell'Ospedale disse allora che la guarigione fu un premio concessogli dal Cielo, per il suo contegno ed esempio luminoso d'invitta pazienza, di somma pietà; una volta uscito da quell'Ospedale si continuò ancora a parlare della sua bontà.

Questo fu l'anno angoscioso non solo per lui ma per tutti noi, che alla sua assenza il Collegio presentava un vuoto incolmabile. Era venuto a sostituirlo un certo Fra Bernardino Maria Lazzari, religioso indiscutibilmente buono, affabile e generoso, ma assai astratto, sempre con le scarpe disciolte, con una gran zazzera incolta e continuamente col naso in alto a fiutare le condizioni del tempo.

Quando il 30 Maggio 1927 ritornò Fra Gioacchino fu una festa generale; gli andammo incontro, aiutandolo a scendere dal calesse, col quale il vecchio colono Bonini era andato a prenderlo ai Servi. Era ritornato nel più bel mese dell'anno, quando il colle è tutto un sorriso di fiori e di verde.

Intanto egli usava tutti i mezzi cautelativi dell'elioterapia, atti anche a rinforzare il fisico; questi li compiva d'estate, nelle ore assolate della canicola, in un ballatoio, riservato e lontano dagli occhi dei curiosi, là dove il tetto del Convento si attacca alla parte absidale della Chiesa

 

15. - Inchini e riverenza.

Complimenti affettati, ricercati e poco sinceri, non ne faceva. Solo gli era spontaneo, ogni qualvolta per i corridoi incontrava un Padre, il piegar la testa e riverirli. Non guardava se fossero giovani più o meno qualificati; li sapeva tutti sacerdoti e questo gli bastava.

Quando giungeva da Bologna un religioso forestiero e lo vedeva entrare in cucina, egli subito si scappellava e si premurava di fargli festa. Non esternava mai una qualsiasi acidità, asprezza o indifferenza nell'accogliere gli ospiti. Tutti gli erano graditi.

L'unico caso in cui assumeva un contegno di cautela e riservatezza, era quando i borghesi o i contadini venivano a portare il latte, la frutta o per altra commissione; egli li sbrigava subito e non permetteva loro, né offriva occasione che si facessero chiacchiere inutili.

Non tollerava che si trascendesse in pettegolezzi, né concedeva alla curiosità altrui notizie confidenziali su cose, fatti, problemi concernenti la vita del Convento. Era d'una accortezza serena e d'un riserbo, quasi ridente, allorché trattava con la Rita Innocenti, la custode dei Da Schio. La vecchierella, simpatica per l'effusione della sua lingua, non era certo del parere di accogliere la proposta del Padre Agostino Maria Bellezze, allora Economo Provinciale di Ronzano, di ritirarsi essa in buon ordine nel Ricovero di Mendicità di Bologna; nel discutere le proposte e le controproposte con Fra Gioacchino, il quale tollerava quel comprensibile sfogo, la Rita finiva sempre per dire, in dialetto: — Al ricover ch'ei vada lo! —.

Che dire delle interferenze o intromissioni interessate, abili e astute della Regina Bartoli, la seconda custode, brava sarta e lavandaia dal cuore generoso, sempre pronta a sgobbare, che talvolta voleva essere informata più di quello che non le aspettava? Fra Gioacchino non si lasciava aggirare, né sorprendere di contropiede, ma la lasciava dire, talvolta anche blaterare in una sequenza di geremiadi, intercalate da un suo esclamativo, abitualissimo: — Horpo!

 

16. - Salvi per miracolo.

Egli era nato per Ronzano; cioè l'ambiente gli confaceva e lo saturava tanto da non desiderare un posto migliore. Per cui le sue assenze furono rarissime e per ragioni gravi e ben giustificate. Fu a Veggio di Grizzana per rivedervi il babbo assai attempato e malaticcio dal 19 al 25 Luglio 1923: andò a Roma nel 1925, per lucrarvi l'indulgenza plenaria dell'Anno Santo e vi si trattenne dal 27 Luglio al 3 Agosto. Scese a Bologna varie volte per compiere nel Convento dei Servi gli Esercizi Spirituali. Ritornò a Veggio di Grizzana l'11 Settembre 1926 per assistere alla morte del vecchio genitore Eugenio. Accettò l'invito di partecipare alla Prima Messa Solenne del Padre Prospero Maria Tubertini a Budrio e vi andò insieme a tutti gli alunni il 12 Luglio 1926, prestando poi il suo valido aiuto nel lavoro di cucina.

Scampagnate o gite di piacere in 34 anni di soggiorno a Ronzano non ne fece, meglio ne fece una sola, se il pellegrinaggio a Monte Senario del 4 Settembre 1933, cui egli partecipò assieme al confratello Fra Vittore Rimondi e a tutti i Padri, Professi e Alunni, può dirsi tale.

 Fu questa gita memorabile, sia per l'allegria e il motivo che animava lo spirito nostro in quel giorno a ritrovarci presso la culla dell'Ordine (era il Settimo Centenario di fondazione della grande Famiglia Servitana) e sia per l'inobliabile epilogo, dalle tinte fosche e tragiche, che essa poteva avere, se non vi fosse stato qualcosa di prodigioso nell'istante stesso in cui ci occorse un serio incidente. Fummo proprio salvi per miracolo!

Si tornava col cuore gonfio per la gioia vissuta a contatto coi dolci ricordi dei nostri grandi Sette Santi Padri del Senario e nell'interno della corriera, mentre fra la babele delle voci, parte stridule, parte baritonali, già si respirava aria di casa, intravvedendo le luci di Pianoro, all'altezza della casa cantoniera di Zula si sentì un cupo rullio, uno schianto, poi l'automezzo zigzagò, s'inclinò paurosamente, arrestandosi sulla destra.

Che era successo? La coppia delle ruote motrici di sinistra, per l'eccessivo attrito dei bulloni, spezzatisi progressivamente, si era sfilata dall'asse posteriore. Pallidi scendemmo dalle portiere, noi più grandi subito cercammo di dominare il panico dei più piccoli. Sotto la direzione del Padre Lorenzo Maria Ferri si formò un gruppetto di coraggiosi che nel buio della notte, erano ormai le ore 22, si avventurò per le anfrattuosità della scarpata che si speronava col greto del Savena, in cerca della ruota esterna che aveva terminata la sua corsa vertiginosa fra l'intrigo dei filari d'una vigna, già in via di maturazione, dove potemmo pure dissetarci.

La ruota enorme, infilata ad un palo, piano piano riuscimmo a portarla su e credo che questa seconda operazione ebbe qualcosa di prodigioso e che in essa vi fu l'aiuto tangibile di Dio, poiché nessuno né uscì malconcio, né fu minimamente ferito.

Intanto una macchina sopraggiunta dalla Futa, poco dopo l'incidente, fermatasi, aveva caricato il nostro autista e i due più anziani della comitiva, Fra Gioacchino e Fra Vittore; mentre noi, alla luce blanda della luna che quella notte piaceva acquattarsi ed ammiccare fra una corona di cirri, attendevamo sull'asfalto la venuta d'una seconda corriera. Intanto non esitammo un istante all'invito del Padre Bernardino e del Padre Gherardi ad inginocchiarci per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo.

 

17. - La Contessa ed il giornale.

La riluttanza a mettersi in evidenza era più una salvaguardia al suo giusto punto di vista di non farsi compatire che un aspetto di selvatichezza con la quale egli non ebbe nessuna comunione. Era soprattutto educato e compito; se compariva in certe circostanze ritroso, lo era per una innata disistima di se stesso. Aveva una sua particolare psicologia socievole alla quale univa il coraggio quando nel piccolo mondo di Ronzano venivano a crearsi certe situazioni, in cui in assenza dei Padri, spettava a lui di risolverle e queste situazioni erano date o da una chiamata al telefono o da un'accettazione di telegramma o dall'accompagnamento di visitatori per il Convento.

Rimarrà sempre viva testimonianza della sua amabile arrendevolezza, in contrasto alla sua giustificata ritrosia, il fatto, in se insignificante, eppure di squisito pregio morale, della visita a Ronzano della Contessa Maria Teresa Branca di Romanico, nata Legrenzi da Schio, in cui Fra Gioacchino venne a trovarsi protagonista. La suddetta signora, ospite per anni di questo luogo fin dalla sua fanciullezza quando esso era della padronanza Da Schio, giunse a Ronzano, il venerdì del 17 Ottobre 1950, nelle prime ore pomeridiane, col vivissimo desiderio di rivedere le sacre mura che le ricordavano i più bei giorni di sua vita, quando ivi trascorreva le vacanze coi cugini Gozzi e Pucci, sotto l'oculata premura dei venerandi coniugi Alvise da Schio e Adele Marcello.

L'ora non era forse una delle più opportune per una visita; gli alunni impegnati nella preparazione dei compiti non potevano muoversi dallo studio, il superiore erasi ritirato a riposare un tantino in camera, gli altri Padri, approfittando della bella giornata erano scesi in città per commissioni personali, non rimaneva che Fra Gioacchino a far gli onori di casa e a prestarsi da «cicerone» alla gentile ospite. In più si aggiunse il motivo e lo stimolo dell'obbedienza, perchè il superiore, avvertito dall'alunno, addetto alla portineria, della visita della signora contessa, credè più spicciativo non muoversi ma d'incaricare il ragazzo che riferisse a Fra Gioacchino, il quale aveva allora terminato di rigovernare, di portarsi in portineria. E così il nostro umile religioso non fece che togliersi il grembiule e, così com'era, si portò alla porta principale e fece del suo meglio per disimpegnare l'incarico avuto.

Il bello fu al momento in cui la Contessa si congedò dal religioso. Commossa per la sua gentile bonomia, grata a lui per averle offerto l'occasione di rivivere i più dolci ricordi della prima giovinezza, volle esprimergli in modo tangibile la riconoscenza col dargli un'offerta in banconota di non comune taglio. Fra Gioacchino ne rimase esterrefatto, non credendo ai suoi occhi e come quei soldi gli bruciassero le mani, in aspettativa che il superiore finisse il pisolino, si ritirò in camera e nascose sotto il guanciale il bel bigliettone.

Fra Gioacchino non avrebbe mai pensato di andare su per i giornali! Né a noi e né a lui ci sarebbe ventilato nell'anticamera del cervello questa possibilità. Eppure questa tegola cadde proprio sul suo capo. Il 20 Agosto 1953 fu celebrato a Ronzano il suo 50° di Professione Religiosa, in concomitanza con le Nozze d'oro di Prima Messa dei Padre Giovannangelo Maria Borgognoni.

Un folto stuolo di parenti, amici ed estimatori accorsero in quel giorno a Ronzano che si presentava pavesato a festa, con drappi tricolori e striscioni con la scritta: — W Fra Gioacchino—.

Era un garrire di bandiere dentro e fuori del Convento e nel corridoio di ponente furono allestite le tavole della mensa con più di cento coperti. Furono detti discorsi, indirizzi di augurio ed anche poesie. Così il confratello Converso Fra Antonio Maria Musatti esprimeva con effusione la gioia del momento:

« Memori ed ammirati per tanto bene,

porgiamo auguri e felicitazioni

a Frate Gioacchino che detiene

tanta nobiltà d'animo e d'azioni! »

Ma la festa cinquantenaria di lui si chiuse in bellezza con la sorpresa che essa aveva interessato la cronaca cittadina; infatti tanto « L'Avvenire d'Italia » che « Il Giornale dell'Emilia », due giorni dopo, il sabato successivo, pubblicava con notevole rilievo la foto del festeggiato, rendendo a lui l'onore, dovuto ad un veterano reduce da cento battaglie. Ci fu forse chi pensò che l'ospitalità offertagli dal giornale fu un puro caso, noi su questa deduzione rimanemmo perplessi e pensammo invece alle parole del Vangelo che la lucerna, tolta di sotto il moggio, fu posta sul candelabro.

 

18. - Ultima estate.

Come fu calda, accesa, dolorosa l’estate del 1956! Furono settimane vive, intense, piene di emozione e anche di lacrime, quando si pensi che la morte nel corso di due mesi ghermì alla vita dal 21 giugno al 26 Agosto quattro dei nostri Religiosi: Padre Filippo Maria Foresi, Padre Giuseppe Maria Zerbini, Padre Pietro Maria Gabrielli e ultimo Fra Gioacchino!

Furono settimane in cui il cuore di lui ebbe violenti scosse; la defezione, con la conseguente apostasia dall'Ordine d'un carissimo confratello, la morte tragica e improvvisa sul lido di Misano Adriatico del Padre Zerbini, cui egli aveva servito la S. Messa e da cui si era comunicato quella mattina prestissimo del 27 Luglio, l'avevano profondamente afflitto e rattristato.

Il sorriso si era quasi spento sul suo labbro e le rughe avevano affondato il solco dell'affanno sulla fronte; erano anche gli acciacchi che in quell'estate d'improvviso ebbero su di lui una recrudescenza letale.

L'8 Luglio, in occasione della settima edizione della Festa campestre, promossa a Ronzano dalle ACLI, ebbe una gradita visita dalla nipote Margherita Serra al cui desiderio si compiacque di aderire per una foto ricordo. Il volto è affievolito nell'espressione della stanchezza, il profilo più angoloso, affinato, diafano, reca gli ultimi guizzi luminosi di vita.

Giunse il Ferragosto col dolce richiamo alla celestiale e poetica visione dell'Assunta. Il nostro religioso andava da alcuni giorni deperendo, prima l'accentuarsi d'una ernia inguinale poi una nausea, un'inappetenza, accompagnata da conati di vomito, era alla base di questa indisposizione. Il 19 Agosto si pose a letto; l'altalenare di poche linee di febbre diagnosticava un malessere di non breve e facile risoluzione.

Il 23 mattina, essendo la lesta di S. Filippo Benizi, chiese di comunicarsi. Gli alunni Andreoli, Bartolomei e Santunioni prepararono l'altarino in camera sua, la cella che porta sul soprassoglio la scritta:  «Padre  Marco  da  Verona,  1487».

Fuori dalla finestra semiaperta l'enorme ombrello d'un susino lambiva il davanzale, mentre le tortorelle della Madonna, quelle allevate nell'Anno Mariano, tubavano nel giardino.

Entrai per assicurarmi che tutto fosse pronto; lo vidi sorridere con gli occhi come non mai, fissi sulla sfera di sole che ormai batteva brevemente sull'impiantito.

E' l'ultima volta che lo disturbo, Padre! — disse.

Mi sento stanco; sfinito! Ormai è finita! — e pian piano aiutandosi con le mani che si abbrancavano alla spalliera del letto, si pose a sedere; osservai quelle mani scarne, ossute, ceree che stringevano in una palma un rosarietto dai chicchi neri.

Si entrò col SS.mo; il « Confiteor » lo volle recitare lui. Credo che avvertisse l'aliare degli angeli, presenti senz'altro in ispirito a quell'ultima comunione, tanto il suo volto era soffuso di spiritualità, era animato dalla grazia di Dio.

 

19. - Sereno tramonto.

Il medico di casa che seguiva attentamente il processo della malattia, la sera del 24 segnalò quello che egli temeva seriamente lo scompenso cardiaco; per cui consigliò il ricovero del paziente in un ospedale.

Fra Gioacchino stesso chiese di essere portato a Budrio; là dove lo avrebbero confortato tanti ricordi, visti e vissuti negli anni dell'ultima giovinezza e nel periodo di degenza ospedaliera nel 1926. Fu fissata la partenza da Ronzano per il pomeriggio del 25 Agosto. Intanto in mattinata era giunto dai Servi di Bologna il Padre Paolo Maria Ferronato per confessare gli Alunni; allora Fra Gioacchino volle approfittarne e si confessò egli pure, quasi presago della sua prossima fine. Alle ore 16 esatte giunse un'autolettiga della C.R.I. dal Pronto Soccorso di Via S. Petronio Vecchio. Ricordo che egli fu preso su dal letto dall'addetto al servizio come un fuscello, leggerissimo come una piuma, e adagiato sulla lettiera.

Chi scrive questi ricordi gli fu accanto durante il viaggio da Ronzano a Budrio e accolse le ultime sue parole, serene, lucide, quasi un testamento. Prevedeva che non sarebbe più tornato indietro, quindi disse che lo ricordassero nelle loro preghiere tutti, specialmente Fra Michele e Padre Brasa.

Aggiunse che era lieto di offrire alla Madonna la sua vita, perchè gli alunni fossero sempre buoni.

Non si lamentò mai durante il viaggio, del resto l'autista fu d'una squisita attenzione e premura nel pilotare la macchina per evitare frenate brusche e sobbalzi. Chiese solo gli occhiali da sole perchè la troppa luce lo abbacinava.

Entrato nell'Ospedale Donini, dopo tre quarti d'ora di viaggio, fu messo nella stessa camera dove lo attendeva in letto, perchè ricoverato ormai da alcuni anni, il confratello Padre Giuseppe Maria Mezzofanti. Lì lo lasciai col suo rosarietto dai chicchi neri sotto il cuscino e nel congedo triste, accorato, gli rinnovai la santa benedizione; mentre varcavo la porta a vetri egli mi tese la mano, in atto d'addio, e disse:

— Mi saluti Fra Michele!

Quarta domenica del mese, 26 agosto; ore 6,30. Il telefono trilla a lungo, è il segno evidente dell'interurbana. E' la cabina di Budrio; la voce del Padre Bonfiglio Maria Palmieri si sente chiara ed emozionata: « Stamane alle ore 2,30 è morto Fra Gioacchino! ». I particolari sono riferiti dalla cronaca.

Giunto da Ronzano, alle ore 21,30 avevo chiesto al Padre Palmieri di confessarsi, ripromettendosi di comunicarsi al mattino; ma dopo la mezzanotte l'infermiere di servizio aveva avvertito l'ansimare agonico premonitore della fine. La mente era lucida, gli occhi e le labbra rispondevano alle preghiere dette dal Padre Palmieri che gli amministrava la « Estrema Unzione » e gli raccomandava l'anima. Quando i palpiti di quel cuore generoso non pulsarono più, i fremiti, impercettibili di quelle labbra che avevano pregato tanto nella vita, cessarono, spegnendo l'ultimo guizzo di quel sereno tramonto.

La salma benedetta, portata nella Basilica dei Servi a Bologna, la mattina del 27 agosto, ebbe le più solenni onoranze.

Molte Sante Messe furono celebrate dai Religiosi convenuti dai Conventi vicini; la Messa delle esequie fu eseguita in canto dagli alunni di Ronzano, dai suoi ragazzi, per i quali aveva dato, fino all'olocausto, la sua vita. I parenti erano rappresentati dalle affezionatissime nipoti Federici, Fiori e Serra.

Ora la salma riposa alla Certosa di Bologna, nel sepolcreto dei Servi di Maria, accanto ai resti mortali di altri religiosi che gli furono carissimi e che gli premorirono: i Conversi Smuli, Arnolini, Alvisi, Marchioni, Rimondi.

Il suo nome benedetto, invocato come quello d'un santo è rimasto inciso nel cuore di tutti noi. Fu scolpito sul marmo, finché il tempo e le vicende umane lo permetteranno, là nella cella dove si raccoglieva a meditare, e a riposare, là nell'angolo della cappella di Ronzano, dove la preghiera lo coglieva a notte fonda.

 

Giacomino da Ronzano

(P. Dott. Renato Tommaso Maria Santi)